Liceo breve. Veramente un passo avanti?

Trieste – È da un po’ di tempo che si parla di liceo “breve”, quello in quattro anni anziché in cinque, per capirci. Quello che dovrebbe avvicinare l’Italia all’avanguardia europea in fatto di istruzione, educazione, uso della tecnologia e preparazione al mondo del lavoro, già annunciato dal ministro Giannini e che risale ai tempi del ministero Berlinguer.

La sperimentazione del liceo quadriennale, in effetti, è già partita. Attualmente sono 11 le scuole coinvolte (6 pubbliche e 5 private. 5 al nord, 2 al centro e 4 al sud) ma il ministro Fedeli ha firmato per portare da 60 a 100 le scuole che dall’anno scolastico 2018/2019 potranno aspirare a formare una classe che prevede un corso di studi articolato in quattro anni e incentrato su quella che viene sbandierata come “innovazione”.

E quindi si protrà iniziare una vera rivoluzione nell’istruzione italiana.

Il liceo quadriennale partirà, ma per il momento come sperimentazione. Le scuole che lo vorranno potranno fare richiesta di partecipare a questo bando di gara proponendo un progetto innovativo. Le iscrizioni si apriranno il prossimo 1 settembre, ma già hanno preso fuoco le polemiche contro questo tipo di riforma.

Il piano prevede una necessaria rimodulazione dei contenuti e dei piani di studio, sarà caratterizzato da un elevato indice di innovazione, sarà introdotto lo studio di una disciplina in lingua straniera (CLIL), si useranno tecnologie e laboratori, si curerà la continuità tra i diversi ordini di istruzione e con il mondo del lavoro mediante l’alternanza. Le classi non potranno avere più di 25 studenti.

Detto in altre parole, i programmi saranno compressi – ma non alleggeriti – per compensare l’anno in meno, e di conseguenza il monte ore sarà appesantito. Dalle attuali 900 ore per anno si passerà a circa 1000/1050 e potrebbe aumentare il numero dei giorni di scuola. Quindi nell’orario curricolare non ci sarà spazio per l’alternanza scuola-lavoro che dovrà essere fatta esclusivamente durante le vacanze, perché gli obiettivi di apprendimento e l’esame di stato conclusivo rimangono i medesimi.

Si dovranno reclutare e formare gli insegnanti disposti a insegnare in un’altra lingua. Si dovranno allestire laboratori. Ci si dovrà misurare con l’alternanza scuola-lavoro che di recente, nelle cronache anche nere, ha goduto di ampia risonanza.

Al termine di ogni anno, l’esito della sperimentazione sarà valutato da comitati regionali che invieranno le proprie conclusioni al Comitato scientifico nazionale.

Però, fin d’ora alcune valutazioni sono state fatte, sia per quanto riguarda la ricaduta didattica, ma anche le conseguenze che questa riforma potrebbe avere sul mondo dei docenti, già tormentato dagli effetti innescati dalla legge 107, detta “La buona scuola”.

Facendo qualche conto all’ingrosso, è ragionevole immaginare che un anno in meno comporterebbe una compressione del personale docente con circa un 20% di docenti in meno il che potrebbe causare un taglio di circa 25 mila posti, naturalmente sul lungo periodo e se la riforma dovesse passare a regime. Vista così, sembra strana la recentissima manovra ministeriale che ha prodotto il passaggio in ruolo di circa 52 mila insegnanti e 6 mila unità di personale ATA.

Se la riforma appare come un adeguamento ai tempi e ai nuovi criteri didattici (sembra di udire l’eterno ritornello “È l’Europa che ce lo chiede”, sebbene la metà dei paesi UE non adotti il liceo breve) dietro a questo “snellimento” non si sa ancora bene cosa ci sia, cosa dovrà andare perduto del sapere tradizionalmente impartito nei licei e cosa si guadagnerà. Per ora il ministro Fedeli ha autorizzato l’uso degli smartphone in classe.

Rimane il sospetto che questo tentativo di riforma sia il corrispettivo della laurea “breve”, che in realtà si voglia rendere tutto più facile, più rapido e, necessariamente, meno approfondito. Che tutto sia pronto per sostituire alla didattica delle conoscenze la didattica delle competenze, al “conoscere” il “saper fare” vale a dire quel sistema di valori pseudo culturali articolato attorno ai test INVALSI e che quindi ci si muova verso una scuola che fornisca una preparazione “spendibile” e “flessibile” ma sempre più staccata dalla critica, dalla capacità di giudizio e dalla discussione.

Su tutto, però, grava il dubbio che si tratti anche di una manovra economica: sembra una strategia a lungo termine per ridurre i costi della scuola che, come è noto, lo stato italiano stenta a sostenere come invece avviene nel resto d’Europa. Le stime di alcuni anni fa dicono che il risparmio ammonterebbe a circa un miliardo e mezzo di euro.

E il 2018, sarà un caso?, è l’anno in cui saranno cambiate anche le prove Invalsi.

Roberto Calogiuri