Liti e litigi. A scuola come sul ring?

Trieste – Maestre che malmenano alunni, e studenti e genitori che picchiano insegnanti. Nessuno ha fatto il conto di quanti episodi si siano verificati e in che senso vadano, a chi appartenga il record degli aggrediti e a chi quello degli aggressori. Ma, così a occhio, sembra che sia il corpo docente a incassare di più.

Almeno a considerare l’incremento degli episodi stando alle cronache quotidiane più e meno recenti.

Un fatto è certo: nel settore della pubblica amministrazione e dei servizi, è la scuola quello che più di tutti assomiglia a un ring. Il luogo dove si scatenato gli istinti aggressivi che in altri luoghi sono controllati e repressi. Vuoi perché ci sono le guardie giurate o la polizia, vuoi perché – evidentemente – si fa appello alla pazienza e alla tolleranza.

Ma quando si tratta di educazione e/o istruzione, e di mezzo ci sono i figli e/o studenti, gli animi si infiammano che è un piacere. “Nulla in terra più l’uomo paventa se dei figli difende l’onor” canta Rigoletto nel suo melodramma.

“Insegnante tenta di sedare rissa tra alunni, ne guadagna frattura costale e trenta giorni di prognosi”. Fin qui niente di straordinario: è il rischio che corre ogni buttafuori in ogni locale dove i frequentatori siano esclusivamente giovani.

Però, anche: “Trova graffi sul volto del figlio: va a scuola e picchia la maestra”, “Rimprovera studente che usa lo smartphone, insegnante picchiata da un alunno”, “Studente bocciato con il 5 in condotta per aver sputato al prof, fa ricorso: il Tar gli dà torto”, “’Guardati le spalle’, minacce a un giovane professore”, “Rimprovera l’alunno, in classe. Professore picchiato dai genitori”, “Maestra rimprovera un alunno. I genitori chiedono 34.000 euro di risarcimento” etc. etc.

La cronaca è piena di liti e litigi che vertono attorno a un fatto cruciale: non si permette che la scuola impartisca coordinate educative che non si adattino a quelle volute o immaginate dai genitori.

Questo, naturalmente, non per tutti. Ma per quella esigua minoranza che fa notizia. Poi ci sono i fatti che non raggiungono l’onore delle cronache, e sono ancora più numerosi: insegnanti insultati, o rincorsi per i corridoi delle scuole nei giorni di ricevimento oppure, ma questo è una carezza a confronto di quanto detto, sbeffeggiati e scherniti nei gruppi whatsapp, la nuova gogna digitale.

Fatto sta che – per esempio – nei ministeri, alle poste, nelle banche, nelle ditte erogatrici di acqua, luce e gas, all’Agenzia delle Entrate non accade nulla di quanto esposto. Talvolta qualche medico viene picchiato da un genitore, questo sì, ma la maggior parte delle volte è attorno a un figlio che scoppia la vendetta (soprattutto in tempi di vaccini obbligatori). E poi via via verso avvocati e vigili urbani, esposti anch’essi al contatto con un pubblico da disciplinare.

Si potrebbe dire che c’è, sempre più esacerbata, un’insofferenza verso le regole e il principio di autorità. Che si tratti di codice stradale o civile, oppure di semplici norme di educazione, quello che si sopporta a fatica è l’autorità. E la scuola è il luogo dove se ne avverte sempre di più l’insofferenza.

E il mezzo più semplice per mettere in discussione l’autorità è di tirarla giù dal suo piedistallo. A suon di calci, pugni e sputi.

Una volta, lo dice anche il libro Cuore, l’insegnante era rispettato e riverito. Ma giacché l’insegnante italiano è il peggio retribuito d’Europa ed è anche quello con l’età media più alta, ne discende una considerazione cruciale per la categoria: in Italia l’esperienza, la conoscenza e la competenza acquisite nel tempo non rappresentano valori economicamente riconosciuti né socialmente apprezzati.

Sarà per questo che autorità e autorevolezza hanno perso peso e valore? E la classe insegnante è tra le categorie più detestate?

[Roberto Calogiuri]