Sciopero a scuola. Ma questa volta incrocia le braccia il preside

Trieste – È la scuola il settore più tormentato. L’odierno sciopero dei presidi dimostra che non esiste componente, nella scuola italiana, che non abbia rivendicazioni da opporre al ministero dell’istruzione e al governo, sia di natura economica che organizzativa, sindacale o didattica.

Ogni comparto del settore educativo ha le proprie ragioni per protestare. E lo ha fatto. Questo dovrebbe essere un motivo di profonda e autentica meditazione su una struttura che è tanto strategica per importanza sociale ed economica quanto sottostimata socialmente ed economicamente.

Al contrario di insegnanti e studenti, finora i presidi (o meglio: dirigenti scolastici) erano solidali con il Miur, di cui rappresentano l’ultima emanazione burocratica. Dopo di loro ci sono soltanto personale docente, amministrativo e ATA.

Anche i presidi, come gli insegnanti, sono fissati in un’immagine collettiva: l’ultima è quella del preside sceriffo, promossa da La Buona Scuola e avversata dai suoi oppositori, ovvero di un dirigente con poteri monocratici, facoltà di chiamare e rimuovere insegnanti, di assegnare il bonus premiale, di neutralizzare i docenti “contrastivi”, di decidere su permessi e ferie.

Anche se è difficile simpatizzare con lo sceriffo, dopo il solco tracciato dalla legge 107/15, specialmente quando lo si percepisce dotato di superpoteri discrezionali, non si possono ignorare i motivi della protesta. Perché sono quelli di tutta la classe insegnante.

Per esempio anche i presidi hanno le proprie rivendicazioni. È più di un anno che sostengono di essere sottopagati, rivendicazione, nello specifico, comune a tutto il comparto scuola: dai tempi del Cedolino Day, ossia da quando hanno deciso di interrompere la loro ligia adesione ai dettami ministeriali e di manifestare, anch’essi, il proprio scontento. Non tutti, ovviamente.

Hanno iniziato qualche giorno fa con uno sciopero della fame (interrotto dal ministro Fedeli che li ha ricevuti), per attirare l’attenzione sul carico enorme di responsabilità a fronte di una retribuzione inadeguata (anche in rapporto agli altri dirigenti statali), di un lavoro che spesso non ha nulla a che vedere con la didattica e che deve essere svolto, spesso, in condizioni di carenza di risorse materiale e di personale.

Oggi hanno deciso di scioperare. Si vedrà quanti dirigenti, su 7.273, abbiano incrociato le braccia in segno di solidarietà con i digiunatori e con la doppia manifestazione a Roma. Si vedrà anche se il governo troverà le risorse per accontentarli.

Perché il tutto avviene in concomitanza con le notizie sul sospirato sblocco contrattuale e l’avvio delle contrattazioni per gli aumenti stipendiali nella scuola.

Roberto Calogiuri

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