Via libera del Senato, tornano le Province elettive in un contesto demografico e istituzionale molto diverso

FVG – Con il via libera definitivo del Senato del 20 gennaio scorso, il Friuli Venezia Giulia archivia una parentesi durata oltre dieci anni e riporta nello Statuto le Province come organi eletti direttamente dai cittadini. Le province furono soppresse con la legge regionale n. 20 del dicembre 2016 che avviò il procedimento dopo la riforma dello Statuto (legge costituzionale n. 1/2016) che a sua volta completava un percorso iniziato nel 2014.

Il ripristino è una scelta che chiude un intermezzo politico-istituzionale di tipo diverso e in qualche modo innovativo: al posto delle Province, nacquero 17 UTI obbligatorie, come forme associative di Comuni per gestire servizi condivisi (pianificazione, sociale, trasporti); non tutte divennero completamente operative. A partire dal 1º gennaio 2021 le UTI sono state sciolte e sostituite dagli enti di decentramento regionale e dalle comunità.

Per la maggioranza regionale si tratta di un ritorno alla “normalità istituzionale”. Il presidente Massimiliano Fedriga ha rivendicato la coerenza di una linea politica che punta sulla responsabilità democratica: chi governa funzioni essenziali – viabilità, scuole superiori, trasporti, ambiente – deve rispondere direttamente agli elettori. Una visione condivisa dall’assessore Pierpaolo Roberti, che parla di architettura istituzionale finalmente ordinata dopo anni di soluzioni ibride e commissariamenti di fatto.

La riforma, però, arriva in un contesto profondamente diverso rispetto a quello di dieci o quindici anni fa. Il Friuli Venezia Giulia è oggi una regione con poco più di 1,2 milioni di abitanti, caratterizzata da un calo demografico sempre più marcato, spopolamento di intere aree, carenza cronica di personale negli enti locali e Comuni – soprattutto piccoli – in difficoltà strutturale. È qui che si innestano le critiche delle opposizioni, che non sono solo ideologiche ma anche pragmatiche.

Il Partito Democratico, pur avendo contrastato la riforma, ha scelto una linea di “opposizione responsabile”. Da un lato, come sottolinea Diego Moretti, il ripristino delle Province viene letto come un passo indietro che rischia di distogliere attenzione e risorse dai problemi reali: sanità, crescita economica, manifattura, capacità di spesa dei Comuni. Dall’altro, i componenti della segreteria regionale ammettono che, una volta presa la decisione, il vero nodo diventa dare senso e funzioni reali ai nuovi enti, evitando che si trasformino in “scatole vuote” o centri di costo senza missione.

Ancora più netta la posizione del Movimento 5 Stelle. Per Rosaria Capozzi, il ripristino delle Province è incoerente con la realtà del territorio e rischia di moltiplicare strutture e cariche elettive senza migliorare l’efficienza amministrativa. Il M5S rimarca il nodo dei costi e della mancanza di personale: in un sistema già in sofferenza, aggiungere un nuovo livello di governo può significare sottrarre risorse umane ai Comuni, aggravando i problemi anziché risolverli.

Questa la posizione del rappresentante Piccoli Comuni ANCI Franco Lenarduzzi (sindaco di Ruda, Ud): “Per i piccoli Comuni il ritorno delle Province come enti di area vasta non sia solo una scelta ideologica che non coglie le esigenze funzionali che si manifestano sui territori. Oggettivamente nessuno ha sentito come rilevante la mancanza delle vecchie province e rimetterle com’erano non risponde alle vere necessità dei territori e non affronta i problemi concreti con cui i nostri municipi si confrontano ogni giorno”.

“I piccoli Comuni stanno vivendo una fase di forte sofferenza – spiega il sindaco di Ruda – con organici ridotti all’osso, difficoltà nel reperire personale qualificato, risorse per le opere pubbliche bloccate da procedure complesse e carichi amministrativi sempre più pesanti. In questo contesto, introdurre un nuovo livello istituzionale non aiuta e rischia di sottrarre ulteriori energie agli enti locali, aggravando una situazione già critica. Chiediamo che almeno ci ascoltino – conclude Lenarduzzi – nella fase normativa che ora spetta alla Regione”.

Un punto mette tutti d’accordo, almeno a parole: la fase decisiva non è quella statutaria, ma quella attuativa. Entro aprile 2026 il Consiglio regionale dovrà varare la prima legge di dettaglio, stabilendo funzioni, competenze, rapporti con Comuni e Regione, risorse finanziarie e dotazioni di personale. È lì che si capirà se le nuove Province saranno davvero strumenti di coordinamento e sviluppo, oppure semplici repliche istituzionali di un passato che il territorio aveva già archiviato senza troppi rimpianti.

Il Friuli Venezia Giulia ha spesso anticipato sperimentazioni istituzionali, talvolta con successo, talvolta meno. Il ritorno delle Province non è di per sé né una salvezza né una sciagura annunciata. Può diventare un’opportunità se servirà a rafforzare i Comuni, migliorare la programmazione territoriale e rendere più leggibili le responsabilità politiche. Diventerà invece un problema se si limiterà a redistribuire poltrone e competenze, lasciando irrisolte le fragilità strutturali della pubblica amministrazione locale.

In definitiva, la vera domanda non è se le Province servano o meno in astratto, ma se la governance del Friuli Venezia Giulia saprà orientarle meglio di quanto abbia fatto, in passato, con gli enti intermedi. La risposta non arriverà dai proclami, ma dai fatti. E da quanto i cittadini, chiamati alle urne per un terzo ente, parteciperanno al voto e sapranno pretendere dai loro rappresentanti eletti.

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