Educazione: ne vogliamo parlare sul serio?

Trieste – Un vento gelido sta soffiando sugli equilibri delicati delle società europee e in genere occidentali. Sono folate animate da passioni tristi, un turbine di cambiamenti all’insegna della paura, del controllo repressivo di chi non la pensa come indicano quelle passioni, ossessionate da nemici dietro ogni angolo di strada, imbevute di divisioni e di appartenenze identitarie.

La scuola, luogo dove lavorano e studiano – ed hanno lavorato e studiato – milioni di professionisti, di studenti, di impiegati amministrativi, di personale ausiliario; da cui siamo passati tutti quanti noi cittadini: per sapere, per capire, per studiare ,per conoscerci, per relazionarci tra persone di diverse generazioni, nella libertà e nel rispetto, talora di diverse provenienze nazionali, religiose, etniche; questa scuola, così importante, così centrale nella vita di ciascuno, viene vista sempre più dai media, dai reggitori dello Stato, dalla pubblica opinione, come un luogo di pericolo permanente, sede di possibili agguati di malintenzionati, una potenziale piazza d’armi e di contese.

Un luogo da sottoporre all’ispezione poliziesca sistematica, agli apparecchi di sorveglianza, insomma uno spazio da controllare.

Nessuno può negare una crescita dei problemi legati alla violenza e al disagio giovanile e quindi una necessaria difesa da tali eccessi. Avendoci vissuto a lungo, posso affermare che le nostre comunità scolastiche sono ricche di educatori seri, di professionisti dediti alla preparazione dei più giovani. E sono abitate da generazioni ansiose di trovare senso e di trovare ideali, sensibili all’amicizia e alla relazionalità universale molto più di un tempo. Generazioni che dovrebbero essere più ascoltate e meglio seguite e che non vengono comprese da adulti e anziani, spesso congelati nell’indifferenza e nella difesa ossessiva del “ signor me stesso”.

O ancora peggio poi, a livello dei poteri, che giocano alla guerra tra i popoli e che si arricchiscono vendendo armi, mentre i giovani, oggi, invece, viaggiano, si spostano, studiano – vedi i 5 milioni di studenti europei coinvolti nel progetto Erasmus – si innamorano, si aiutano e diventano amici. Sembra che ci chiedano: “ma perché prendete a calci il mondo dove noi vorremmo vivere nella pace?”

L’educazione è un processo permanente, complicato ma indispensabile alla vita umana e si alimenta di tolleranza, di passioni buone, di dedizione e di fiducia tra le generazioni. Chi la riduce ad un cortile litigioso e produce il sospetto, la rivalità o addirittura la discriminazione, rischia di farla morire come fonte di civiltà.

I nostri figli e nipoti vanno di certo difesi dai portatori di coltelli e dai disturbatori, compresi anche quei giovani militanti di un’associazione studentesca politicizzata, che hanno promosso un sondaggio in varie città italiane per sapere dagli studenti quali insegnanti avessero un orientamento diverso dal loro, per avere uno schedario di tali docenti a loro avviso  non in linea. Non ci sono certo parole sufficienti per commentare tale deriva, che le autorità scolastiche spero condannino.

Siamo davanti a fenomeni degenerativi del vivere insieme, siamo nel bel mezzo di un inverno appunto gelido. Allora tornano utili le stupende parole dello scrittore francese Albert Camus: “Nel bel mezzo dell’inverno, ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate”.

Silvano Magnelli

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