La personale di Franco Ule: “una anomalia della storia” da Ad Formandum a Trieste

Trieste – Martedì 12 maggio, alle ore 18.00, da Ad Formandum – società cooperativa sociale / socialna zadruga, in via della Ginnastica 72, –  a Trieste, si inaugura la mostra dedicata al lavoro di Franco Ule, comprendente una ventina di opere storiche, a cura di Roberto Vidali.

L’autore, deceduto nel 2018, a seguito di una malattia improvvisa, ha sempre vissuto da irregolare e ai margini del sistema dell’arte. E questo l’ha fatto per non incorrere in compromessi o quale parziale addolcimento della sua personalità che, per dirla in maniera eufemistica, era sempre molto assertiva e non disposta a fare sconti.

Per soffermarsi sulla sua opera non bisogna, quindi, solo riferirsi alla difformità della sua produzione, ma anche alla sua posizione antagonista rispetto al flusso della corrente dominante o a quei salotti culturali di cui non ha mai voluto fare parte. Se pensiamo alla mostra “Incubo” del 1977 – e l’autore aveva solo diciotto anni -, realizzata per il Centro La Cappella Underground di Trieste, comprendiamo come il suo stare ai margini e un po’ al di fuori del sistema, mantenendo un dialogo con  poche persone appartenenti al mondo dell’arte, in realtà lo aveva posto in una posizione da anticipatore rispetto a quelle modalità segniche e pittoriche che esploderanno solo con la Transavanguardia e che verranno ufficializzate con la Biennale del 1980.

In quella occasione, l’autore in una sola notte di lavoro dipinse una intera parete di venti metri di lunghezza: un’impresa epica e di cui rimangono solo alcune incerte documentazioni fotografiche. Inquadrandolo in questa luce, molte sue opere assumono un valore non da un punto di vista estetico ma proprio da quello di una necessaria espressività, da intendersi come grido solitario contro il mondo antagonista.

Un’istanza al dipingere che è pulsione interiore e urgente volontà di comunicazione. Ciò che diviene fondamentale, in questo percorso, è la carica eversiva del suo linguaggio, il suo disincantato disinteresse nei confronti di una vita condotta nella normalità, l’affermazione di una espressione quotidiana simile al bere bicchieri d’acqua e al mangiare bocconi di pane, senza preoccuparsi troppo di una precisione formale o di un linguaggio che possa dirsi uniformante.

La cura del dettaglio o la rifinitura laccata erano l’ultimo pensiero che passavano per la sua mente: diciamo pure che questi pensieri non vi hanno mai albergato. Quello che uniforma, in realtà, tutta questa sua produzione, è “il segno che segna”, come avrebbe detto Enzo Cucchi, personalità di spicco proprio di quel ritorno alla pittura che per dirla in maniera pertinente sta ad architrave di tutta la cultura post-modernista ovvero di flessione verso un passato votato alla cancellazione nelle neoavanguardie. E se nel descrivere il suo lavoro artistico dovessimo usare una categoria storica dovremmo dire che al pari di Vincent van Gogh, autore molto amato dall’artista, Franco Ule ha cercato in tutti i modi di vivere l’arte in maniera totale e onnicomprensiva, lasciandosi assorbire e dominare fin dentro l’animo.

Tale è il carico della sua “aggressività espressiva” che se lasciata a briglia sciolta questa è capace di strappare la tela, di stracciare la carta, per fare frammenti e poi da questi trarne collage per delle nuove opere. Ciò vale a dire che ogni sua opera è un monito alla nostra capacità di sopportazione, è un esame al nostro diritto di esistenza, è un punto interrogativo sulle cose giuste o non giuste fatte nell’arco della giornata. Il tutto con una pausa caffè e sigaretta, unico modo per fermare il flusso della pittura.

Questo progetto sarà presentato da Roberto Vidali, direttore della rivista d’arte “Juliet”, che peraltro curò la mostra di Franco Ule del 1977 per la Cappella Underground e che per l’artista fu la sua porta di ingresso ufficiale nella storia della cultura triestina.

 

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