“Storie di dati”: nell’anno del suo centenario l’ISTAT racconta l’evoluzione delle regioni italiane

Roma – Come è cambiato il Friuli Venezia Giulia nell’ultimo secolo? La popolazione è rimasta pressoché stabile, ma è profondamente mutata la sua composizione per età; l’economia ha abbandonato la prevalente vocazione agricola ed ha conservato una presenza industriale superiore alla media nazionale; il prodotto interno lordo pro capite ha recuperato terreno rispetto all’Italia, anche se la crisi iniziata nel 2008 ha lasciato conseguenze ancora tangibili.

Sono alcune delle tendenze che emergono dal rapporto Storie di dati – Le trasformazioni delle regioni italiane, pubblicato dall’Istat lo scorso 13 ottobre, che ricostruisce l’evoluzione delle venti regioni italiane dall’Unità d’Italia a oggi.

L’iniziativa si inserisce nelle attività per il centenario dell’Istat, fondato nel 1926, e ha l’obiettivo di rendere accessibili a un pubblico non specialistico le trasformazioni demografiche, sociali ed economiche del Paese attraverso le statistiche ufficiali.

Le schede regionali offrono una lettura di lungo periodo di fenomeni che spesso vengono osservati separatamente, permettendo di verificare quali cambiamenti siano più recenti, quali abbiano radici lontane e in che misura i percorsi delle singole regioni si discostino dalla tendenza nazionale.

Per il Friuli Venezia Giulia, il fascicolo mette insieme censimenti della popolazione, dell’agricoltura e delle imprese, dati sulla mortalità, sull’occupazione e sulla contabilità nazionale. Non si tratta di un’unica banca dati costruita con criteri rimasti immutati per oltre un secolo, ma di una ricostruzione che integra fonti e indicatori riferiti a periodi differenti. Le date di riferimento variano quindi a seconda del fenomeno esaminato e arrivano, in alcuni casi, al 2025.

Per le comparazioni storiche, l’Istat segnala inoltre l’impiego di dati ricondotti a confini territoriali omogenei quando possibile, mentre per altre serie vengono mantenuti i confini dell’epoca; alcuni valori più recenti sono stime. Queste differenze vanno considerate nel leggere i risultati e nel confrontare periodi lontani.

Una popolazione stabile, con molti più anziani

Nel 1921 il Friuli Venezia Giulia contava circa 1,2 milioni di abitanti. Il dato è rimasto sostanzialmente stabile fino al 2024, ma dietro questa continuità si sono succedute dinamiche complesse. Fino alla metà degli anni Sessanta le nascite superavano i decessi, mentre i flussi migratori, soprattutto verso l’estero, sottraevano residenti. In seguito il saldo naturale è diventato negativo, con quasi vent’anni di anticipo rispetto alla tendenza nazionale, mentre quello migratorio è virato in positivo. Negli ultimi anni, tuttavia, l’immigrazione si limita soltanto ad attenuare la contrazione legata alla prevalenza dei decessi sulle nascite.

La trasformazione più marcata riguarda l’invecchiamento. Nel 1921 si contavano 20 persone di almeno 65 anni ogni 100 giovani sotto i 15 anni; nel 2024 il rapporto è salito a 253, contro 208 a livello nazionale. A incidere sono la riduzione della propensione ad avere figli e l’allungamento della vita media.

La speranza di vita alla nascita per l’Italia, nel periodo 1921-1922,  era di 49,3 anni per gli uomini e 50,8 anni per le donne. Il dato del Friuli Venezia Giulia è disponibile dal 1974: in quell’anno era pari a 72,7 anni. Ha raggiunto gli 84,1 anni nel 2025, superando la media italiana. Tra le regioni, soltanto Lombardia e Trentino-Alto Adige hanno registrato un aumento superiore nel periodo considerato.

Il Pil pro capite cresce, ma il prodotto regionale non ha recuperato i livelli del 2007

Anche l’andamento economico presenta una doppia lettura. Tra il 1994 e il 2007 il Pil regionale è cresciuto a un ritmo superiore alla media nazionale. Negli anni successivi, però, il Friuli Venezia Giulia ha risentito della “Grande recessione” del 2008 più del Paese nel suo insieme. Nel 2024 il Pil in volume risultava ancora inferiore del 4% rispetto al livello raggiunto nel 2007.

Il confronto cambia se si considera il prodotto interno lordo per abitante. Nel 1980 il valore regionale era inferiore di 4,3 punti percentuali alla media italiana; nel 2024 era invece superiore di 3,5 punti. La stabilità della popolazione contribuisce a spiegare la differenza fra i due indicatori: il miglioramento del dato pro capite non significa che il prodotto complessivo abbia recuperato quanto perso dopo la crisi.

Dall’agricoltura ai servizi, con un’industria ancora forte

La ricostruzione dell’occupazione mostra quanto sia cambiata la struttura produttiva. Nel 1921 poco più della metà della forza lavoro regionale era impiegata in agricoltura. Cinquant’anni dopo, l’industria aveva raggiunto il suo massimo, superando il 40% degli occupati, mentre la quota agricola era scesa sotto il 10%. Nel 2024 quasi sette occupati su dieci lavoravano nei servizi, una percentuale leggermente inferiore a quella nazionale. La componente industriale resta però rilevante: rappresenta il 28% degli addetti, quattro punti in più della media italiana.

Nel 1961 si contavano 84 aziende agricole ogni mille abitanti, un valore in linea con quello nazionale. Nel 2020 erano scese a circa 13 ogni mille residenti, con una contrazione più marcata rispetto al dato italiano. Nel 2023 la densità delle unità locali delle imprese industriali e dei servizi era invece leggermente inferiore alla media nazionale: 81 ogni mille abitanti contro 87.

Sono cambiati anche istruzione e lavoro. Nel 1951 quasi il 15% della popolazione regionale aveva un titolo superiore alla licenza elementare, contro circa il 10% in Italia. Nel 2024 la quota di diplomati rimane superiore alla media nazionale, mentre quella dei laureati è sostanzialmente allineata. Il tasso di occupazione, già leggermente superiore alla media italiana nel 1977, ha ampliato il divario nel 2025. Come nel resto del Paese, l’aumento è dovuto alla componente femminile, con una forte riduzione delle differenze tra uomini e donne.

Trieste e gli altri comuni: due percorsi diversi

Il capoluogo presenta caratteristiche che lo distinguono dal resto della regione. Nel 1921 Trieste contava quasi 240mila abitanti; ai censimenti del 1951, 1961 e 1971 ne aveva oltre 270mila. In seguito, la bassa natalità e la lunga crisi delle attività industriali e portuali hanno contribuito a un declino demografico più accentuato rispetto al complesso regionale. La popolazione è rimasta relativamente stabile dall’inizio degli anni Duemila, attestandosi oggi a quasi 200mila residenti, pari al 16,6% del totale regionale. Negli altri Comuni, invece, la popolazione è cresciuta.

Trieste mantiene inoltre una maggiore incidenza di residenti con istruzione terziaria: nel 2024 il 23% della popolazione di almeno nove anni aveva un titolo universitario, oltre sette punti percentuali in più rispetto al resto della regione. La sua vocazione ai servizi è altrettanto evidente sul piano occupazionale. Nel 2024 il settore rappresentava quasi l’83% degli addetti nel capoluogo, contro il 67% negli altri Comuni e poco più del 70% in Italia. Nel resto del Friuli Venezia Giulia l’industria conserva invece un peso superiore al 30%, mentre l’occupazione agricola è scesa dal 36% del 1951 al 3% di oggi.

Il rapporto considera infine la fragilità dei Comuni attraverso un insieme di indicatori territoriali, ambientali e socio-economici. Nel 2022 il 66% dei Comuni regionali rientrava nelle classi di fragilità bassa o minima, contro il 45% nazionale; in questi territori viveva quasi il 90% della popolazione, rispetto al 62% in Italia. Trieste si collocava nel gruppo dei Comuni italiani con i livelli di fragilità più bassi.

Fonte: Istat, Storie di dati – Le trasformazioni delle regioni italiane, Friuli Venezia Giulia

Immagine: Studio Brisighelli, Acciaieria S.A.F.A.U., Udine (UD), 1955-1960. Tratta da: https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/

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