A Trieste il ricordo di Miran Hrovatin e Ilaria Alpi a 32 anni dall’omicidio di Mogadiscio
Trieste – A trentadue anni dall’omicidio di Mogadiscio, Trieste ha ricordato Miran Hrovatin insieme alla collega Ilaria Alpi. Questa mattina, alle 12, l’Ordine dei giornalisti, Assostampa Fvg, Articolo 21 del Friuli Venezia Giulia e la Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin si sono ritrovati nel giardino di Barcola dedicato all’operatore video triestino. Ai partecipanti è stato chiesto di portare un fiore, in un momento di memoria condivisa.
Accanto al ricordo si è levato ancora una volta un appello per la verità e la giustizia. Dopo oltre tre decenni, non si conoscono né gli esecutori materiali né i mandanti dell’attentato. «Finché non ci sarà giustizia, questa vicenda non dev’essere archiviata: nessuno deve dimenticare chi è morto per la libertà di informazione», ha dichiarato il coordinatore nazionale di Articolo 21, Beppe Giulietti, citando anche altri giornalisti uccisi come Mario Paciolla e Andrea Rocchelli.
Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, un commando armato uccise la giornalista del Tg3 e il suo operatore. Da allora si sono susseguiti indagini, processi, commissioni parlamentari e sentenze contrastanti, senza arrivare a una verità giudiziaria definitiva. Dieci anni fa la Corte d’Appello di Perugia ha assolto in via definitiva Hashi Omar Hassan, dopo 17 anni di carcere ingiusto, facendo emergere anche l’esistenza di un depistaggio di ampia portata.
Secondo quanto ricostruito, l’impianto accusatorio si basava sulle dichiarazioni di un falso testimone, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, che in seguito ha ammesso di aver accusato Hassan in cambio di denaro e della promessa di un visto. La sua fuga dall’Italia prima della testimonianza in aula e la mancanza di ricerche efficaci per rintracciarlo restano tra i punti irrisolti.
Le domande aperte riguardano anche le responsabilità nella costruzione di questa falsa pista e le ragioni che hanno portato a chiudere rapidamente il caso. Per Articolo 21, chiarire il depistaggio significa anche comprendere il contesto in cui maturò l’agguato.
Le indagini di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si erano concentrate su traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, con possibili collegamenti alla cooperazione italiana in Somalia. I due avevano documentato la strada Garoe-Bosaso, sospettata di nascondere rifiuti interrati, e avevano posto interrogativi sull’uso delle navi della flotta Shifco. Un lavoro giornalistico che toccava interessi rilevanti e relazioni opache.
Secondo le associazioni, la verità sull’esecuzione non si trova più in Somalia ma in Italia, dove restano da chiarire responsabilità e coperture. La richiesta è quella di fare piena luce su quanto accaduto e sulle eventuali interferenze che hanno ostacolato le indagini.
Al ricordo si è unita anche la segretaria regionale del Partito democratico del Friuli Venezia Giulia, Caterina Conti. «Nel ricordo che ogni anno si rinnova, la morte di Ilaria Alpi e del nostro Miran Hrovatin trova un senso e speriamo un riscatto morale e storico. Non possiamo rassegnarci e lasciare che il tempo cancelli questo assassinio. Sta a noi comprendere e ricostruire uno dei troppi misteri del Paese», ha affermato.
Un impegno che, a Trieste, resta legato alla figura di Hrovatin e al valore di un’informazione libera, capace di collegare la cronaca alla storia.

