Case di Comunità a Trieste e nell’Isontino, un primo bilancio. I sindacati: servono assunzioni
Trieste/Gorizia – ASUGI, l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, fa il punto sullo sviluppo delle Case di Comunità, il nuovo modello di assistenza territoriale previsto dal decreto ministeriale 77/2022 e sostenuto dagli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che, lo ricordiamo, è giunto a conclusione lo scorso 30 giugno.
L’azienda, con una serie di incontri aperti al pubblico, sta illustrando i risultati raggiunti, i primi dati di attività e le prospettive della rete, che oggi conta sette strutture attivate tra il territorio giuliano e quello isontino.
Le Case di Comunità sono operative a Gorizia, Cormons, Monfalcone, Grado, Trieste (all’Ospedale Maggiore e in via Sai) e Muggia. Gli interventi hanno riguardato sia la riqualificazione di edifici esistenti sia la realizzazione di nuove sedi, con investimenti complessivi superiori a 84 milioni di euro tra fondi PNRR e risorse regionali.
All’interno delle Case di Comunità sono disponibili ambulatori di cure primarie, assistenza infermieristica, punti prelievo, attività specialistiche, assistenza domiciliare, Punto unico di accesso, servizi amministrativi, collegamento con il CUP e integrazione con i servizi sociali comunali. I cittadini possono accedere direttamente alle sedi, su appuntamento oppure attraverso il numero unico europeo 116117, operativo per le richieste sanitarie non urgenti.
Il modello si propone di rafforzare la sanità di prossimità attraverso équipe multidisciplinari composte da medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti, assistenti sociali e personale amministrativo. L’obiettivo è seguire in modo coordinato soprattutto i pazienti cronici e fragili, favorendo la continuità assistenziale e limitando gli accessi impropri ai pronto soccorso.
Secondo i dati diffusi da ASUGI, nei primi mesi del 2026 la Casa di Comunità Hub dell’Ospedale Maggiore di Trieste ha registrato 489 accessi al Punto unico di accesso, 1.078 utenti seguiti dall’ambulatorio infermieristico e 4.938 prese in carico nell’ambulatorio di Cure primarie. Nel 95% dei casi i bisogni assistenziali sono stati risolti sul territorio senza ricorrere al pronto soccorso.
Nel complesso, dall’attivazione delle strutture sono stati effettuati 11.888 interventi: 8.954 nell’area giuliana e 2.034 in quella isontina.
I prossimi incontri pubblici per illustrare il funzionamento delle strutture e i servizi disponibili sono previsti il 15 luglio a Monfalcone, il 21 e 22 luglio a Trieste e il 23 luglio a Cormons.
I sindacati: “Il rischio è avere strutture senza personale”
A fronte dei risultati presentati dall’azienda sanitaria, le organizzazioni sindacali della medicina e delle professioni sanitarie continuano a esprimere forti perplessità sulla capacità del sistema di sostenere nel tempo il nuovo modello organizzativo.
Il nodo principale riguarda la disponibilità di personale. I sindacati dei medici, tra cui FIMMG e Anaao Assomed, evidenziano come la cronica carenza di professionisti rischi di rendere difficile garantire la presenza stabile nelle nuove strutture senza impoverire altri servizi territoriali: l’attivazione delle Case di Comunità potrebbe infatti comportare lo spostamento di medici già impegnati nella medicina generale o nella continuità assistenziale.
Tra le posizioni più critiche c’è quella dello SNAMI (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani), sigla molto attiva nei territori di Trieste e Gorizia, che da tempo mette in guardia dal rischio che le Case di Comunità rimangano “scatole vuote” se l’apertura delle nuove sedi non sarà accompagnata da un piano di assunzioni stabile. Il sindacato contesta inoltre la sostenibilità dell’attuale organizzazione della medicina territoriale, già alle prese con la difficoltà di sostituire tempestivamente i medici che vanno in pensione. Secondo lo SNAMI, questa situazione determina un progressivo aumento del numero di assistiti per ciascun medico di famiglia, con ripercussioni sulla qualità dell’assistenza e sui tempi di accesso alle cure.
Lo SNAMI richiama inoltre varie e rilevanti criticità operative che, a suo giudizio, incidono quotidianamente sul lavoro dei medici. Tra queste ci sono le difficoltà riscontrate nell’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico regionale, che il sindacato ha più volte definito incompleto e non sempre in grado di rendere disponibili tutti i referti dei pazienti, con conseguenti rallentamenti nell’attività clinica. A ciò si aggiungono le denunce sul crescente peso degli adempimenti amministrativi, che sottraggono tempo all’assistenza, e le richieste di maggiori tutele per la sicurezza dei professionisti impegnati negli ambulatori e nei servizi di continuità assistenziale, anche alla luce degli episodi di aggressione registrati negli ultimi anni.
Anche le organizzazioni sindacali degli infermieri richiamano l’attenzione sulle difficoltà di organico. Secondo le sigle di categoria, la carenza di personale ha portato ASUGI a valutare il ricorso a prestazioni aggiuntive e incarichi libero-professionali per coprire parte del fabbisogno. Un’altra criticità riguarda il tempo dedicato ad attività amministrative, che, secondo i rappresentanti dei lavoratori del comparto infermieristico, sottrarrebbe risorse all’assistenza diretta sul territorio e a domicilio.
I nodi critici evidenziati dai documenti ufficilali
Le criticità evidenziate dai sindacati trovano riscontro anche nei documenti di programmazione dell’azienda sanitaria. Nel Piano attuativo e nel Bilancio economico preventivo 2026, ASUGI conferma infatti la necessità di sviluppare le Case e gli Ospedali di Comunità rispettando però i limiti di spesa per il personale e facendo i conti con un numero elevato di operatori soggetti a limitazioni lavorative.
I dati riportati dalla Corte dei Conti nel monitoraggio della riforma della sanità territoriale evidenziano che in alcune aree regionali la carenza di figure professionali supera il 24%, mentre molti medici di medicina generale seguono già oltre 1.500 assistiti, arrivando in alcuni casi a 1.800 pazienti, una condizione che rende complessa una presenza continuativa nelle nuove sedi.
Anche l’assessore regionale alla Salute, Riccardo Riccardi, ha più volte sottolineato come la principale sfida della riforma non sia soltanto realizzare le strutture, ma riuscire a dotarle di un numero adeguato di professionisti qualificati, in un contesto caratterizzato dalla carenza di personale sanitario a livello nazionale.
Solo la piena disponibilità di medici, infermieri e altre figure professionali potrà infatti determinare l’effettiva capacità delle Case di Comunità di rispondere ai bisogni reali della popolazione.

