Grotta Tina Jama, visite guidate nel Carso alla scoperta di un accampamento di 8 mila anni fa

Trieste – Sabato 10 ottobre sarà possibile visitare gratuitamente la grotta Tina Jama, nel Carso triestino, dove gli scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di un accampamento di circa 8 mila anni fa. Due visite guidate, alle 10 e alle 14, permetteranno di conoscere il sito di Sgonico/Zgonik e i risultati delle ricerche condotte da una squadra italo-slovena, impegnata a ricostruire una fase ancora poco documentata della preistoria dell’Adriatico nord-orientale.

A condurre i visitatori saranno Federico Bernardini, direttore scientifico degli scavi e ricercatore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ed Elena Leghissa, responsabile del progetto di ricerca.

Il punto di ritrovo è il parcheggio all’inizio del sentiero 5A per il monte Lanaro/Volnik, circa 300 metri a nord dell’agriturismo Milič Zagrski. Per raggiungere la grotta occorre mettere in conto una camminata di circa mezz’ora, adatta a persone allenate. Gli organizzatori consigliano abbigliamento e calzature da escursionismo.

Fra i reperti più significativi emersi durante la quarta campagna di scavi c’è una rara ascia realizzata in corno di cervo, con il foro per l’inserimento del manico ancora incompleto. Si tratta di un oggetto eccezionale nel panorama archeologico italiano, per il quale sono stati individuati confronti soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale.

Nello stesso contesto è stato trovato un secondo manufatto in corno, lungo circa 11 centimetri e caratterizzato da un foro trasversale e da una perforazione longitudinale. La sua funzione non è ancora certa: fra le ipotesi da verificare c’è quella di uno strumento utilizzato per raddrizzare i fusti delle frecce. Entrambi gli oggetti sono ancora oggetto di studio.

Il loro interesse non dipende soltanto dalla rarità. Inseriti nel contesto degli altri ritrovamenti e degli strati archeologici, possono contribuire a chiarire le tecniche di lavorazione, le attività quotidiane e le conoscenze delle comunità che frequentavano la grotta.

Gli scavi hanno restituito numerosi piccoli manufatti in pietra e selce, scarti di lavorazione e microliti di forma trapezoidale, impiegati come elementi delle punte di freccia. Sono stati recuperati anche frammenti di punte in osso, ornamenti ricavati da conchiglie marine e d’acqua dolce e canini di cervo perforati, utilizzati come pendenti. Su uno di questi ultimi sono state individuate tracce di ocra, una sostanza colorante impiegata in diversi contesti preistorici.

Tra i reperti c’è poi un dente da latte umano, che potrebbe fornire nuove informazioni sulle popolazioni mesolitiche dell’area. Il suo studio, insieme a quello degli altri resti, potrà contribuire a ricostruire aspetti della vita e delle caratteristiche biologiche degli individui che frequentavano il sito.

La conservazione dei resti animali è un altro elemento importante. Le ossa rinvenute sono in condizioni tali da consentire analisi archeozoologiche dettagliate, affidate a Francesco Boschin dell’Università di Siena. Lo studio punta a comprendere come le comunità si procurassero il cibo e come cambiarono le modalità di sfruttamento dell’ambiente con l’arrivo dell’allevamento.

Secondo Bernardini e Leghissa, l’ampia superficie indagata ha permesso di riconoscere i resti di un accampamento organizzato attorno a un focolare, con una struttura di pietre e blocchi a delimitare l’area in prossimità dell’ingresso. Un quadro che offre più elementi per interpretare l’organizzazione dello spazio e le attività svolte nella cavità, rispetto a quanto sarebbe possibile ricavare da reperti isolati.

La grotta Tina Jama si trova nei pressi del monte Lanaro, nel territorio comunale di Sgonico, e costituisce un contesto di particolare interesse per lo studio della transizione tra Mesolitico e Neolitico. Le indagini hanno raggiunto livelli ricchi di testimonianze del Mesolitico recente, immediatamente al di sotto di strati collegati alle prime comunità neolitiche.

L’arrivo dei primi gruppi neolitici nell’Adriatico nord-orientale viene collocato dagli studiosi intorno a 7.500 anni fa. Con il Neolitico si diffuse progressivamente un diverso sistema economico, legato anche all’agricoltura e all’allevamento. Capire come questo cambiamento si sia sviluppato nel Carso e quali rapporti vi siano stati con le comunità di cacciatori-raccoglitori è uno degli obiettivi principali della ricerca.

«Il sito è ricco di reperti faunistici in ottimo stato di conservazione, e questo permette uno studio archeozoologico di dettaglio», ha spiegato Francesco Boschin. I dati finora raccolti, ha aggiunto, sono interessanti perché documentano aspetti ancora poco conosciuti dell’economia di sussistenza delle popolazioni preistoriche dell’area.

Il progetto è condotto da Ca’ Foscari in collaborazione con l’Istituto di archeologia del Centro di ricerca dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti (ZRC SAZU), il Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam, l’Università di Siena e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia. Le ricerche mirano a ricostruire le trasformazioni culturali e le modalità di vita delle popolazioni che abitarono questa parte dell’Adriatico nel corso della preistoria.

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