Morte di Davide Astori: sarebbe stata causata da un’accelerazione del battito cardiaco

Udine – I medici legali hanno depositato il 7 giugno la perizia medico-legale sulla morte del capitano della Fiorentina Davide Astori, avvenuta il 4 marzo a Udine nell’albergo della squadra poche ore prima della partita di campionato contro l’Udinese. Lo conferma il Procuratore capo di Udine Antonio De Nicolo.

I prof. Carlo Moreschi e Gaetano Thiene, che erano stati incaricati di svolgere l’autopsia sul corpo del giocatore, avevano chiesto e ottenuto a inizio maggio una proroga di 30 giorni per svolgere gli ultimi accertamenti all’esito dei quali, nel termine concordato, hanno consegnato la relazione alla Procura di Udine. Il documento è ora al vaglio del Pubblico Ministero titolare del fascicolo, Barbara Loffredo.

Secondo quanto si apprende dalla stampa nazionale, la perizia parlerebbe di morte per “tachiaritmia”, cioè accelerazione improvvisa dei battiti, e non di “bradiaritmia”. È stato ipotizzato che il calciatore avrebbe potuto salvarsi se vi fosse stato un intervento immediato; purtroppo era da solo nella stanza quando il malore si è verificato.

Il capitano della Fiorentina Davide Astori era morto a Udine nella notte tra il 3 e il 4 marzo. In un primo momento la causa era stata individuata “verosimilmente su base bradiaritmica”.

Questo era stato il primo responso dell’autopsia eseguita dal direttore Centro di patologia vascolare dell’Università di Padova, Gaetano Thiene, e dall’anatomopatologo, professore di medicina legale all’Università di Udine, Carlo Moreschi.

Martedì 6 marzo i medici legali avevano inviato alla Procura di Udine il primo referto.

Secondo quanto scritto dai medici in quell’occasione “in riferimento alla causa di morte, la si può indicare come: morte cardiaca senza evidenze macroscopiche, verosimilmente su base bradiaritmica, con spiccata congestione poliviscerale ed edema polmonare”.

I medici avevano aggiunto che “per la diagnosi definitiva sono necessari approfonditi esami istologici seriati”. Gli accertamenti sono stati eseguiti entro i 60 giorni richiesti e quindi consegnati alle autorità inquirenti, giungendo, come parrebbe, a conclusioni divergenti da quelle iniziali.

 

 

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