Omicidio Regeni, la Procura chiede l’ergastolo per uno degli 007 egiziani e oltre 17 anni per altri tre imputati
Roma – A dieci anni e mezzo dal sequestro, dalle torture e dall’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore friulano trovato morto al Cairo nel febbraio 2016, il processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Roma è arrivato a un passaggio decisivo. Nella giornata di martedì 23 giugno la Procura di Roma ha concluso la propria requisitoria formulando le richieste di condanna nei confronti dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani imputati nel procedimento.
Non si tratta ancora della sentenza finale, attesa dopo l’estate, ma delle richieste avanzate dall’accusa al termine di una lunga ricostruzione dei fatti e delle responsabilità contestate.
Il procuratore capo Francesco Lo Voi e il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco hanno chiesto l’ergastolo per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusato di lesioni volontarie gravissime, tortura e omicidio aggravato. Per gli altri tre imputati – il generale Tareq Sabir e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Usham Helmi – la Procura ha chiesto una condanna a 17 anni e 6 mesi di reclusione per concorso nel sequestro di persona pluriaggravato.
I quattro appartenenti alla National Security egiziana sono processati in contumacia. L’Egitto non ha infatti mai collaborato con le autorità italiane per consentire il rintraccio degli imputati e la notifica degli atti giudiziari.
Nel corso della requisitoria, i magistrati romani hanno ripercorso le fasi del sequestro e delle torture subite dal giovane ricercatore di Fiumicello, soffermandosi sugli elementi emersi dalle perizie e dalle indagini svolte in Italia.
Particolarmente significativo il passaggio dedicato agli esami eseguiti sul corpo di Regeni dopo il rientro in Italia. Secondo quanto illustrato in aula, la Tac avrebbe evidenziato una ventina di fratture, ben oltre quanto sostenuto inizialmente dai medici legali egiziani, che avevano indicato una sola frattura a un braccio.
L’accusa ha inoltre sostenuto che le lesioni sarebbero state inflitte in momenti diversi, nell’ambito di una prolungata attività di tortura. Secondo la ricostruzione della Procura, la morte sarebbe stata causata da un gesto finale volontario, identificato in una violenta torsione del collo.
I pubblici ministeri hanno ribadito che il delitto sarebbe maturato all’interno degli apparati di sicurezza dello Stato egiziano, escludendo ipotesi alternative già avanzate negli anni passati e definendo prive di fondamento le teorie che tentavano di spostare altrove le responsabilità per il sequestro e l’omicidio.
Il procedimento giudiziario ha potuto prendere avvio soltanto dopo alcuni importanti interventi della Corte Costituzionale. Nel 2023 la Consulta ha stabilito che il processo potesse proseguire anche in assenza degli imputati quando la mancata conoscenza degli atti dipende dall’ostruzionismo dello Stato estero. Successivamente, con una nuova decisione all’inizio del 2026, è stata colmata una lacuna normativa consentendo ai difensori d’ufficio degli imputati di nominare consulenti tecnici a spese dello Stato.
Conclusa la fase dell’accusa, il procedimento entrerà ora nelle ultime battute con gli interventi delle parti civili, tra cui i legali della famiglia Regeni, e delle difese. La decisione finale spetterà alla Corte d’Assise di Roma presieduta da Paola Roja.

