Telemachia. A Trieste la presentazione del romanzo di Roberto Calogiuri

Trieste – Sarà presentato a Trieste il romanzo di Roberto Calogiuri * Telemachia [Generazioni] (Editore Studio Associato ComunIcare, pp. 175, € 12) in due eventi distinti e differenti per approccio critico.

  • Mercoledì, 6 giugno 2018, ore 18:00 presso il Bar Knulp (Via della Madonna del Mare 7a). L’autore sarà intervistato da Gianluca Paciucci. Gabriele Bonato, autore della copertina, si produrrà in una performance artistica.
  • Venerdì, 8 giugno 2018, ore 18:00 presso il bar Lettera Viva (Viale XX Settembre 31/b). Assieme all’autore interverrà Mauro Bonetti, psicoterapeuta picoanalista junghiano Aipa-Iaap.

Qui di seguito la recensione di Telemachia di Gianluca Paciucci **

Il romanzo Telemachia di Roberto Calogiuri è una riscrittura, senza attualizzazioni, dei nodi essenziali dell’Odissea omerica. Scritto con estrema e semplice sapienza, ripercorre le tappe fondamentali della cosiddetta “telemachia” (i primi quattro libri del testo omerico) ma gettando lo sguardo anche oltre questa fase narrativa, fino alla fine del poema, allo scontro conclusivo che deciderà le sorti del governo di Itaca. La natura teleologica del romanzo, ma anche del racconto omerico, è nel nome stesso di Telemaco che significherebbe ‘colui che combatte lontano’, secondo lo straniero trovato dal figlio di Ulisse al ritorno in patria; oppure, secondo lo stesso Telemaco, ‘battaglia finale’ (pag. 116). Tutto corre verso questa fine, passando attraverso la cruciale dimensione temporale. Infatti è la distanza a farla da padrone: essa s’accorcia e si ridistende, per viaggi e ritorni, poi ancora s’allunga e infine s’annulla nel corpo a corpo, in quella resa dei conti che Calogiuri rende in modo implacabile, mostrandone la fisicità e la sempre crudele vittoria del ‘potere letale della lama affilata’, come scriverebbe Marija Gimbutas.

Quale operazione compie chi riscrive senza attualizzare? Una mimesi spostata, uno scarto tra l’originale (peraltro già in sé incerto, filologicamente incerto, dato che a noi molto sfugge della genesi dell’opera e di una ur- Odissea) e la sua ‘copia’; proprio per questo l’operazione di Calogiuri è estremamente apprezzabile: Telemachia è un romanzo che non ha origine né fine e che si caratterizza per essere una nuova interpretazione dell’opera, o almeno di quello che è uno dei centri di questa, e cioè il rapporto tra un padre assente e un figlio che solo in età adulta lo (ri)conoscerà. Se nel viaggio di ritorno da Pilo e Sparta Telemaco giunge ad avanzate forme di consapevolezza (“…Da quando avevo voluto credere che mio padre non sarebbe più tornato, mi si era aperta una nuda verità, lucida e tagliente, bella e pericolosa, insomma eccitante: la risoluzione di tutto passava nelle mie mani e sarei stato finalmente padrone del mio destino…” – pag. 104), sarà il ritorno di Ulisse a rappresentare la contraddizione. I ritorni dei due, così diversi, entrano in collisione e spingono Telemaco a pensieri d’assassinio, poi rientrati, perché egli finisce con l’accogliere il padre, e poi superarlo in astuzia e capacità di cogliere gli istanti decisivi. È machiavelliano, e non machiavellico, Telemaco, che pur essendo in modo non marginale co-autore della strage finale, coerente con il suo nome parlante, riesce a uscirne innocente, al contrario di Ulisse. È il nome di quest’ultimo (l’ ‘uomo dell’odio e della collera’, pag. 120) a indicare la differenza: inevitabilmente spietata sarà la strage dei Proci; ma il sangue versato svuota chi ne è l’attore, rendendolo sacro, inviolabile e, così, allontanabile dalla città e dall’isola.

Il romanzo mette quindi in campo una vicenda tradizionale dagli infiniti nodi, ma anche alcuni scarti nel cammino dei principali personaggi: nel finale, in particolare, non avaro di sorprese e compimento del capolavoro politico di Telemaco, vera formazione chiusa con poche, efficaci mosse. Ma un altro scarto rende differente il testo di Calogiuri da altre letture, anche recenti, del materiale dell’Odissea. Se per lo psicoanalista Recalcati la “generazione Telemaco” è “la generazione dei nostri figli che di fronte al declino irreversibile dell’autorità simbolica del padre non vivono, come i Proci e Edipo, la necessità destinale della lotta a morte con il padre, ma quella di farsi eredi giusti, ovvero di mettersi in moto, di rischiare la propria vita nel loro viaggio” (pag. 45, in ‘Il figlio Telemaco e il tabù del padre’, nella raccolta di saggi I tabù del mondo del 2017);  in Telemachia viene spessissimo messa in risalto un’altra possibile interpretazione, che è quella di classe: i Proci-pretendenti sono membri delle più illustri famiglie aristocratiche che vorrebbero colmare il vuoto di potere lasciato da Ulisse dopo la sua partenza da Itaca sostituendo il vecchio re con una nuova autorità, con un ‘golpe bianco’, si direbbe oggi, contro re, regina e figlio. Il popolo assiste informe e inerte a questo scontro, a volte facendo capire di non essere del tutto favorevole al vecchio potere: è agente passivo, esautorato da ogni potere costituente, ridotto a tifoso, a popolo manzoniano che guarda altri scontrarsi sulle sue terre, aggiogato. In questa lotta a due, in cui il popolo non riesce a inserirsi, a costituire il terzo sarà Telemaco che sapientemente coglierà i frutti della strage. Se ancora un’altra lettura fosse possibile, sarebbe quella di genere: le donne del romanzo sono la fedele Penelope, che però Telemaco sospetta di qualche cedimento al meno rozzo dei pretendenti, e buona parte delle ancelle, oggetto della proterva lussuria dei Proci. Passive tutte, però, o meglio attive ma solo nell’arte dell’attesa, del temporeggiamento. A quando un’Odissea tutta al femminile? Generazione, classe e genere costituiscono la forte rete dell’infinita vicenda omerica: a prevalere sarà il “giusto erede” capace di “sopravvivere ed esistere da solo” (pag. 172) servendosi della forza della sua gioventù, della sua coscienza di classe e della sua appartenenza al genere che domina, anche attraverso un’esperienza di amore omosessuale. È “L’infanzia di un capo”, indimenticabile racconto di Sartre, che infine rivive nella bella Telemachia di Calogiuri.

* Roberto Calogiuri è laureato in filosofia, docente di lettere italiane e latine presso il Liceo Galilei di Trieste e giornalista pubblicista iscritto all’Albo del Friuli Venezia Giulia. Ha collaborato  con Il Piccolo di Trieste e Il Gazzettino di Venezia. Attulmente scrive su ilfriuliveneziagiulia.it I suoi interessi spaziano dalla filologia classica all’informatica, alla politica e alla scuola.
Nato a Trieste dove risiede, tra le sue opere citiamo, oltre ad alcuni saggi di storia delle religioni, il racconto“Tutt’è bonu e binidittu” in “Tutti giù all’inferno” (Perrone Editore, Roma 2007). Per bambini “I tre porcellini” (Nuages, Milano 2009) e “Il gatto di Beethoven” (Gallucci, Roma 2009).                                                                                                                       
In preparazione il romanzo storico “Quinto Sertorio” e il saggio sui mostri “Metaphora Chimaerae”. 
** Gianluca Paciucci, nato a Rieti, è poeta, insegnante, saggista, giornalista e traduttore. Attivo come  operatore culturale a Rieti, Nizza, Ventimiglia e Trieste, è stato presidente del Circolo Pier Paolo Pasolini. Dal 2002 al 2006 ha lavorato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo e presso l’Ambasciata italiana in Bosnia-Erzegovina, ruolo che gli ha permesso di essere tra gli ideatori degli Incontri Internazionali di Poesia di Sarajevo. Attualmente è presidente dell’Associazione culturale Tina Modotti di Trieste

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