Trieste, solidarietà sotto accusa: la società civile risponde al sindaco Dipiazza
Trieste – Dopo l’accoltellamento in piazza Libertà a Trieste, avvenuto nei giorni scorsi, la società civile, per voce di tre organizzazioni del terzo settore regionale: Articolo 21 FVG, CRVG FVG e Rete DASI FVG, stigmatizza le parole del sindaco Roberto Dipiazza — che ha indicato nelle associazioni umanitarie un “richiamo” per i profughi — e quelle dell’assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti, che le ha definite un “catalizzatore”.
Al centro delle critiche non c’è solo la scelta politica, ma anche la scelta del linguaggio: l’uso della parola “complice” per descrivere chi distribuisce cibo e beni di prima necessità alle persone in difficoltà. Un termine che, come sottolineano le associazioni firmatarie, non è mai neutro, e che rischia di spostare il dibattito pubblico dal piano sociale a quello quasi penale, trasformando la solidarietà in un reato morale.
Il comunicato che pubblichiamo integralmente di seguito è un invito a riflettere — rivolto alla politica, all’informazione e alla società civile — su come il linguaggio che usiamo ogni giorno costruisca o demolisca la dignità delle persone più vulnerabili:
Articolo 21 FVG, CRVG FVG e Rete DASI FVG esprimono forte preoccupazione per questa criminalizzazione della solidarietà che proviene dalle massime istituzioni, quelle che dovrebbero gestire l’accoglienza e favorire percorsi di inclusione allo scopo di promuovere la dignità e la sicurezza di tutte le persone, e invitano tutte e tutti — la politica, l’informazione, la società civile — a una riflessione sul linguaggio che abitiamo e quotidianamente usiamo, che ci porta a definire “complici” del degrado le associazioni e i volontari e le volontarie che da anni in piazza Libertà offrono supporto concreto a persone in difficoltà distribuendo cibo, assistenza sanitaria e beni di prima necessità e colmando con il proprio impegno il vuoto lasciato dalle istituzioni.
Colpisce l’uso del termine “complice”, che non è mai neutro. Secondo Treccani deriva dal latino tardo (complex -plĭcis, comp. di con- e di una radice *plek- presente in plectĕre «allacciare» e plicare «piegare»; propr. «coinvolto»), sta ad indicare chi prende parte, attiva o secondaria, con altri nell’esecuzione di un’azione criminosa o moralmente riprovevole e richiama l’idea di un legame nella colpa, di una corresponsabilità, perfino di una connivenza. Usarlo in questo contesto significa spostare il piano della discussione da quello sociale e politico a quello quasi criminale, insinuando che chi offre aiuto ai più fragili stia in qualche modo favorendo l’illegalità. Questa scelta linguistica fotografa e amplifica un clima creato innanzitutto da una politica non accogliente, che da anni preferisce parlare di “sicurezza” invece che di diritti, di “decoro” invece che di dignità, e che finisce per indicare nei poveri e in chi li aiuta un problema da allontanare.
Se alle persone più fragili viene negato uno spazio nella città, se chi tende la mano viene dipinto come “complice”, significa che si è fatta strada una cultura politica che considera la presenza dei vulnerabili qualcosa da nascondere, disperdere, rendere invisibile, respingere.

