Intervista con l’artista Elisa Vladilo in occasione della sua personale “Prendo il paesaggio e lo porto con me” in corso allo Spazio espositivo Trart di Trieste
FVG – Elisa è, anche oltre a molto altro, colore e rigore. Colore, che mette in tutte le sue installazioni urbane e non; rigore, di chi non lascia mai nulla al caso, o se lo fa, è per scelta. È stata inaugurata da poco, allo spazio espositivo Trart in viale XX Settembre a Trieste, la personale “Prendo il paesaggio e lo porto con me” che resterà visitabile sino al 12 settembre dal martedì a sabato dalle 17.30 alle 19.30. Abbiamo dialogato con lei per farci trasportare nel suo mondo artistico e nella genesi della sua arte, dove il colore è quasi uno stigma esistenziale oltre che paradigma di essenzialità.
Di questo nuovo progetto di cui abbiamo goduto osservando le tue opere “Prendo il paesaggio e lo porto via” è nato prima il titolo o la scelta delle fotografie che documentano le tue installazioni urbane?
Il titolo esisteva già prima, in quanto appartiene a un progetto che ho realizzato anni fa. L’idea della mostra è appunto di dare visibilità, a vari progetti che ho realizzato nello spazio pubblico, sia urbano sia nella natura, negli ultimi 30 anni. Sono tutti interventi site specific, realizzati volutamente per il luogo in cui sono realizzati e che non esistono più, alcuni erano nati per durare un giorno, altri una settimana altri un mese.
La durata è determinata da un lato dai permessi burocratici e dall’altro dai materiali e dalla loro resistenza agli agenti atmosferici. In questo modo la fotografia diventa un prolungamento delle opere stesse, cosa che è consuetudine sia nella Public Art sia nella Land Art.
Ci parli dell’opera che ha fatto da detonatore a questo titolo, presente nella mostra.
Il titolo appartiene ad un’opera che ho creato nel 2011 a Nervesa della Battaglia (TV). In quell’occasione per la prima volta, ho progettato un intervento sulla strada asfaltata. Le due curatrici, Laure Keyrouz e Katia Baraldi, avevano ideato un evento Front of Art, invitando vari artisti a creare interventi nello spazio pubblico. Per l’occasione ho appunto proposto di colorare la strada, dal sopralluogo con loro e con un funzionario del Comune, è stata individuata in una zona precisa, quella che collega la parte alta del paese con quella bassa verso il Piave, percorrendo i vigneti. Pensando quindi al fatto che fosse discesa/salita, ho immaginato una gradazione dei colori – dall’azzurro/verde/giallo – che evidenziassero questo elemento, e inoltre ovviamente, che dialogassero con i colori esistenti nell’ambiente naturale il cielo, i campi e i vigneti.
La realizzazione si è svolta in questo modo: ho tracciato i perimetri delle campiture riportando le misure dal progetto fatto in scala; successivamente abbiamo coinvolto la comunità, precedentemente contattata, che ha poi partecipato a dipingere le campiture, con i rulli su bastoni. L’azione del dipingere la strada, è decisamente inusuale, e quella volta lo era ancora di più. Consente una fruizione diversa del paesaggio. Solitamente il paesaggio viene contemplato e/o attraversato passeggiando o con vari sport. Il dipingere/colorare consente una percezione diversa. Innanzitutto si apre una finestra in cui ci si chiede, ma allora il paesaggio, lo spazio pubblico è anche mio?! Spesso viene vissuto come qualcosa che non ci appartiene, in modo passivo.
Invece, il risvegliare il senso civico di appartenenza al luogo pubblico comporta una visione differente, che può essere traslata in vari modi, come il desiderio di vivere in un luogo più accogliente e di prendersene cura, di proteggerlo dal degrado e via dicendo, fino ad arrivare volendo al cambiamento climatico. Quindi agire in maniera che la valorizzazione del territorio faccia parte di noi stessi, della nostra cultura; portarlo con noi, in modo da poter coniugare questo senso di appartenenza. Riguardo alle strade dipinte, devo ringraziare la Sandtex, che per svariati anni mi ha fornito gratuitamente il colore.
Da trent’ anni porti il colore ad abitare l’ambiente naturale o urbano con una forma interpretativa originale e distintiva della tua cifra. Rendi vitale ciò che era morto, restituisci dignità a spazi abbandonati, abbellisci ciò che sembra aver perduto un’anima. Ci racconti brevemente la genesi del tuo percorso artistico. Un curriculum artistico, peraltro, che si evidenzia bene in questa esposizione.
Il colore è sempre stata la mia passione; fin dall’infanzia, ricordo ancora quanto mi piacesse colorare. Ricordo, quando ero un po’ più grande, direi intorno agli 8 anni, che una sera ho pensato, che in generale, c’è molto grigio nel mondo e che ci vorrebbe più colore. Ovviamente era come un sogno ad occhi aperti che a quella età non poteva trovare una corrispondenza effettiva concreta, reale.
Questa passione per il colore l’ho sempre coltivata e in qualche modo anche per lo spazio. Ho quindi iniziato a dipingere tele per conto mio all’età di 12 anni, poi con l’Istituto d’Arte ho acquisito gli strumenti della grammatica del colore e una certa tecnica pittorica, che utilizzo ancora adesso. Successivamente avendo molti interessi, tra musica, teatro, cinema arte in generale, ho fatto un paio di anni di Accademia di Belle Arti, scegliendo Scenografia, dove appunto era possibile coniugare tutti questi vari interessi.
Ma il momento in cui ho capito esattamente la direzione che volevo prendere è arrivato intorno ai 28 anni, quando partecipando ad un allestimento di una mostra al Museo Revoltella, sono venuta a contatto con aspetti dell’arte che non conoscevo, come Michael Heizer, Gerhard Merz, che erano nella mostra curata da Riccardo Caldura. L’opera di Gerhard Merz che è la grande scritta nell’atrio del Museo, è stata realizzata da due grafici di Baden Baden, e ho avuto la fortuna di poter partecipare alla realizzazione, eseguendo in maniera molto precisa e dipinta interamente a mano, la grande scritta, riga per riga. Il fascino di lavorare su parete, su uno spazio cosi grande, ovviamente mi ha conquistato subito. D’altro canto, lo scoprire i progetti da realizzare nel deserto di Michael Heizer è stato anche un elemento detonante.
Da quel momento ho capito che il mio percorso era il sondare la relazione tra colore e spazio, dove lo spazio è quello reale, che tutti viviamo, sia urbano sia della natura. E ho intrapreso la ricerca, il percorso. Prima nelle gallerie, uscendo dalle tele e iniziando a fare interventi sulle pareti, successivamente negli spazi in generale. L’idea era di uscire completamente dall’idea di decorazione, e di creare un percorso altro, dove il colore diventa un elemento strutturale, che dialoga con l’ambiente, non posticcio, e ogni intervento è creato su misura per ogni ambiente, tenendo conto della sua specificità; come un abito creato su misura che può essere indossato solo dallo spazio in questione. Una pittura d’ambiente, ambient painting.
L’azione del dipingere non è mai solo azione singola è sempre un atto collettivo? L’azione pittorica come atto di redenzione civica rispetto all’ambiente urbano maltrattato …cosa dici, ti ritrovi ? Non è sempre cosi. E’ un atto collettivo, in particolare, quando realizzo i progetti nelle strade. In questo caso, inizialmente riporto il progetto in scala sulla strada e poi la comunità locale viene coinvolta a dipingere le varie campiture. Dai bambini alle persone di tutte le età possono partecipare, si usano i rulli coi bastoni ed è facile da eseguire. In questo senso è un atto civico perchè rimane nella memoria di chi ha partecipato.
Strisce pedonali, bitte avvolte dal panno, balle di fieno dipinte e musicali…offrici il tuo intento artistico…
Di base è sempre il colore che guida tutto. In particolare rosa/arancio/giallo e poi azzurro/verde; ogni tanto rosso e blu. Poi c’è la componente visionaria che significa che spesso ho delle visioni di ipotetici interventi da realizzare; succede aldilà della mia volontà, non è né programmabile né prevedibile. I luoghi mi comunicano, mi suggeriscono idee, mi inviano immagini e sogni.
Per esempio le rotoballe le ho immaginate inaspettatamente, un giorno camminavo in borgo teresiano e le ho viste/immaginate colorate, coi miei colori. Di solito quando ho queste visioni, le coltivo per un poco di tempo interiormente, al massimo scrivo due appunti e faccio uno schizzo per fissare l’idea. Lascio che il tempo faccia il suo corso e quando sento che è giunto il momento e che ci sia una situazione possibile, cerco di metterla in pratica. Cosi succede un poco per tutto quello che faccio.
Anche per il progetto sul Molo Audace, My Favourite Place, andavo moltissimo a camminare sul Molo, era un luogo sia di relax e anche di condivisione con amiche/i. Un giorno ero lì da sola, e ricordo di aver pensato che il Molo è un posto splendido, ma il colore è totalmente assente e l’ho immaginato colorato. In questo caso con una predominante di azzurro/celeste, in dialogo col mare e col cielo, e poi gli elementi esistenti come le bitte e il lampione, avvolti con i colori vivaci che uso di solito, quindi, rosa, arancio, giallo. Sono tornata a casa e ho appunto fatto un semplicissimo disegno che poi è rimasto in cassetto circa 5 anni. Nel 2007 la Campitelli decise di fare un grande progetto sull’Arte Pubblica, a cui ho collaborato in vari modi. In quella occasione le ho proposto appunto l’idea per il Molo Audace e lei ha accolto ben volentieri. Ho poi iniziato l’iter per i permessi che sono andati a buon fine, e grazie al contributo di svariati volontari e anche di sponsor che hanno dato materiale in omaggio, lo abbiamo potuto realizzare. E’ stato il primo sogno in grande scala che prendeva forma.
Altro tratto importante è che spesso amo includere la musica nei miei progetti, così come la poesia. La musica ha sempre avuto un ruolo molto importante nella mia vita; in passato ho studiato musica e suonato in alcune formazioni. Ad un certo punto ho fatto la scelta del colore, del visivo, ma la musica è rimasta sempre fondamentale nel mio percorso. Quindi per esempio Summertime, le rotoballe colorate, hanno appunto internamente un apparecchio creato appositamente da Giulio Budini che riproduce Summertime di Gerschwin in 30 diverse interpretazioni. Oppure The sound of colour, le strisce pedonali arancioni, hanno anche un dispositivo creato sempre appositamente da Giulio, che camminando sulle striscie, si azionava e riproduceva un brano di Meredith Monk, un suo vocalizzo molto suggestivo, che riempiva immediatamente lo spazio circostante, trasportando cosi il tutto in una dimensione altra, onirica.
Ci conosciamo da trent’anni più o meno, ti ho visto crescere artisticamente e percorrere strade esistenziali mai scontate. Ci sono delle tue installazioni che restano più di altre nel mio cuore o in quello di chi ti segue dall’inizio come My favorite place 2007 o il tuo viaggio del cuore in Mongolia. Ci racconti qualcosa di più.
Diciamo che ho sempre cercato di ascoltare la voce interiore, sia per l’arte che per la vita in generale, andando di pari passi con l’ascolto, l’osservazione del mondo che mi circonda. Ho sempre cercato di trovare un punto di contatto; spesso è il mondo circostante che ovviamente risveglia in me sensazioni che magari non so nemmeno di avere.
Per esempio la Mongolia. Abitavo a Londra in quegli anni, fine anni ’90,ed una sera ho visto un documentario alla BBC sulla Mongolia; non avevo mai visto niente prima su quel paese, sono rimasta letteralmente folgorata. Quando appunto si sveglia qualcosa dentro che dormiva.
Sono venuta a Trieste poco dopo, e un giorno sul giornale vedo un articolo che parlava proprio della Mongolia, scritto da Roberto Ive. Vagamente lo conoscevo come tanti a Trieste ci si conosce di vista ma senza poi sapere niente di più. All’epoca collaboravo un poco anche col Teatro Miela, in particolare con Rosella Pisciotta, alla quale ho raccontato di questa folgorazione perla Mongolia e anche lei era molto attratta. Quindi abbiamo deciso di creare un evento sulla Mongolia, coinvolgendo appunto Roberto Ive. E’ stata una esperienza fantastica; la condivisione di una passione e di un entusiasmo e su queste basi ,creare un progetto, è decisamente magico.
Con Rosella abbiamo imbastito un ricco progetto, tra mostra fotografica, concerto, cinema, cucina, e conferenze. Con il compenso di questo lavoro, ho potuto fare il viaggio in Mongolia, proprio con Roberto Ive; in quella occasione ho portato con me alcuni pigmenti in polvere naturali e anche la colla caravella. Durante il viaggio, in alcuni punti che mi ispiravano, ho preparato i colori sul fuoco preparato sul momento, e creato alcuni interventi su pietre, o legni che trovavo nel percorso; poi la pioggia li avrebbe sciolti senza inquinare. Gli interventi sono poi rimasti nelle fotografie, una delle quali è in mostra.
Diamo voce anche a Rime d’origine ormai un consolidato appuntamento artistico di levatura internazionale. Ci parli di questo progetto ..?
Rimad’origine è nato nel 2013. L’idea di partenza era di creare un progetto sull’identità. Mi era stato chiesto di creare un progetto su questa tematica e riflettendo anche sulla mia stessa identità, trovai che era impossibile averne una sola, in quando nella mia famiglia, mia madre era di Modena, mio padre di Split, e io sono nata in Venezuela. Diciamo che almeno 3 culture diverse le abbiamo in famiglia. Estendendo il ragionamento alla città, si rilevano varie culture che coesistono da tempo remoto, sloveno, croato, austriaco, serbo, greco…e poi se ne sono aggiunte varie altre nel corso del tempo.
Riflettendo su tutte queste culture coesistenti ho però constatato che spesso non ci si conosce, non si hanno tracce culturali a portata di mano. Ho pensato che la poesia potesse essere un veicolo per accorciare questa distanza e quindi ho ideato una sorta di tappeto colorato, dai toni arancio/giallo/rosa/rosso da posizionare a terra, sul quale scrivere poesie di vari paesi sia in lingua originale che con la traduzione in italiano a fianco. Allora lo proposi sia a Sabrina Morena, come S/paesati e a Ornella Urpis che allora era presidentessa della Commissione Pari Opportunità del Comune. Coinvolgemmo varie associazioni, la Casa Internazionale delle Donne, L’ICS, e varie altre, invitando donne appartenenti a vari paesi a proporre una poesia a loro scelta. Il 5 ottobre abbiamo fatto la giornata della scrittura, dove tutte le partecipanti sono venute a scrivere sul tappeto precedentemente fissato a terra da Artgroup, mettendo a sinistra la versione in lingua originale e a destra la traduzione in italiano.
La giornata della scrittura è sempre un evento emozionante. La partecipazione e conoscenza reciproca che si instaura genera grande gioia e curiosità e condivisione, dando vita ad un momento magico. Il progetto l’ho poi realizzato all’Università di Cambridge, a Lecce, a Bergamo e Brescia, a Villach e a Trieste nuovamente questa volta in versione mobile, su pannelli che si possono spostare ed allestire altrove.
Nella mostra, oltre alle fotografie, c’è una installazione: Sfumature. Nuances.
Anche questa è nata da una visione. L’idea è di portare i colori, rosa/arancio/giallo all’interno di una delle sale di Trart, in modo che siano vivili, attraversabili. Quindi l’idea di utilizzare dei teli di toulle, che appesi dall’alto, creano una sorta di percorso da attraversare; una sorta di immersione nel colore. Le gradazioni di colore realizzate con il toulle che offre come caratteristica la trasparenza, consente una morbidezza visiva, che diventa avvolgente con gentilezza. Ho poi pensato che la musica sarebbe stata fondamentale anche in questo caso. Cosi parlando un giorno con mio fratello, Juan Vladilo, decidemmo di abbinare un suo brano, Canaima, che calza perfettamente e contribuisce a creare un’atmosfera morbida, briosa e sognante.
Ultima cosa, ma in realtà la prima e più importante, ci terrei a sottolineare quanto la collaborazione con Federica Luser e Claudia Cervo sia stata di grande qualità e gioiosa condivisione, disponendo tutta la mostra in un sentito e partecipato percorso dal risultato decisamente efficace nei suoi svariati aspetti.
Nell’immagine: 2011 – PRENDO IL PAESAGGIO E LO PORTO CON ME – pittura su asfalto – 600 mq – Front of art cura di K.Baraldi e L.Keyrouz – Nervesa della Battaglia TV – foto di Piero Budinich.

