Inflazione al 5,4% a ottobre, alimentari non lavorati +7,5%. L’impennata dei peperoni

FVG – L’inflazione italiana accelera e il rincaro dei prodotti alimentari non lavorati si riflette anche sui prezzi all’origine di alcuni ortaggi. A ottobre 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha raggiunto il 5,4% su base annua, rispetto al 4,2% di settembre. Nello stesso mese i prezzi dei prodotti alimentari non lavorati sono aumentati del 7,5% rispetto a un anno prima.

Tra gli esempi più vistosi c’è quello dei peperoni colorati: secondo le rilevazioni ISMEA, riportate dall’associazione di consumatori Codici, nella quarta settimana di ottobre il prezzo medio all’origine [il prezzo all’origine è quello riconosciuto ai produttori, non quello pagato dai consumatori nei negozi, ndr] è arrivato a 1,48 euro al chilogrammo, il 103,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

Il caso dei peperoni fa parte di un quadro di rincari che interessa diverse componenti della spesa delle famiglie. Nella stima preliminare diffusa il 30 ottobre, l’Istat rileva per ottobre un aumento mensile dello 0,9% e una variazione annua del 5,4%. La crescita dei prezzi è legata soprattutto ai beni energetici, saliti complessivamente del 31,4% su base annua: gli energetici regolamentati registrano un aumento del 59,5%, quelli non regolamentati del 29,4%.

Anche gli alimentari non lavorati accelerano, dal +5,5% di settembre al +7,5% di ottobre. Il cosiddetto carrello della spesa, che comprende i beni alimentari, quelli per la cura della casa e della persona, passa da un aumento annuo dell’1,5% al 2,5%. In crescita anche i servizi relativi ai trasporti, dal +1,6% al +3,1%.

Per il Friuli Venezia Giulia, gli ultimi dati territoriali disponibili esaminati si riferiscono a settembre. In quel mese le rilevazioni degli uffici statistici comunali hanno riferito un aumento annuo dei prezzi del 4,3% sia a Trieste sia a Udine, a fronte del 4,2% nazionale. Nel capoluogo giuliano la componente relativa ad abitazione, acqua, elettricità e combustibili era cresciuta del 12,6% in un anno, mentre i trasporti avevano registrato un +9,5%. A Udine gli aumenti erano rispettivamente del 13,5% e del 10%.

Codici, nella stessa nota in cui riporta le rilevazioni ISMEA, ha pure evidenziato il legame tra costi energetici e prezzi dei prodotti agricoli. Gasolio, energia per il riscaldamento delle serre, trasporto e conservazione incidono sulle spese delle imprese e possono riflettersi lungo la filiera. Il segretario nazionale dell’associazione, Ivano Giacomelli, pone però anche una questione relativa alla distribuzione degli aumenti: «Ci chiediamo quanto di questi aumenti arrivi davvero ai produttori e quanto resti nei passaggi successivi».

Un confronto tra prezzi all’origine e prezzi al dettaglio aiuta a comprendere quanto possa ampliarsi il costo lungo la filiera. Secondo un’analisi diffusa da Cia-Agricoltori Italiani, a settembre 2026 i peperoni italiani (sempre loro!) passavano da un prezzo medio di 0,92 euro al chilogrammo riconosciuto all’origine a 3,15 euro al dettaglio. Una differenza di 2,23 euro, con un prezzo finale superiore del 242% rispetto a quello di partenza. Il divario tuttavia non coincide con il margine dei negozianti, perché comprende anche i costi e i passaggi intermedi della filiera. Dà però un’indicazione della distanza tra quanto viene riconosciuto ai produttori e quanto spendono i consumatori.

(Immagine generata da IA)

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