Inaugura il festival internazionale Fotografia Zeropixel con sei mostre internazionali

Trieste – Inaugura venerdì 5 novembre alle 18, al Magazzino 26, con il vernissage di sei esposizioni collettive internazionali, il festival internazionale Fotografia Zeropixel, dedicato in questa sua ottava edizione al tema “Body/Corpo”. Il festival, che proporrà 23 eventi, 13 mostre internazionali, 7 conferenze e 6 laboratori, dedicati alla ricerca in fotografia e alle sue contaminazioni creative, vedrà la partecipazione di oltre un centinaio di fotografi e presenterà più di 250 immagini. In questa sua ottava edizione esplorerà il termine “Body/Corpo”  presentando una panoramica d’immagini e interpretazioni che andranno ben oltre la fisicità umana e racconteranno tanti modi diversi di concepirlo, in un viaggio tra Italia, Slovenia, Croazia, Germania, Messico, Giappone e Stati Uniti.

Si partirà come da tradizione con la collettiva tematica “Body/Corpo”, curata da Fabio Rinaldi e Giacomo Frullani, che offrirà le visioni personali e inedite di 65 fotografi di diverse nazionalità, tra cui spiccano i nomi di Letizia Battaglia, Francesco Cito, Shobha, Roberto Kusterle e Sergio Scabar, realizzate con le tecniche più svariate della fotografia chimica e istantanea. Rispetto alla scorsa edizione è raddoppiato il numero dei fotografi che si potranno apprezzare in mostra e grazie al tema, che si presta alle più varie interpretazioni, e alla sempre presente soggettività del fotografo, è sorprendente la diversità degli scatti che i visitatori potranno visionare. Il modello scelto dai più è stato fatalmente quello del corpo umano, ma anche in questo caso i temi trattati sono stati molto diversi, tra maschile e femminile, onirico o diretto, materico o evanescente. Ci sono poi riferimenti al pop, al corpo come reiterazione, come oggetto fisico o come astrazione, elaborazione, manipolazione, insinuazione, come incontro casuale di forme e, non ultima, come rappresentazione sociale dello stato dell’uomo.

Nello stesso luogo sarà inaugurata e si potrà visitare la collettiva di autori messicani “Descifrar los lenguajes del cuerpo” (Decifrare i linguaggi del corpo), a cura di Angela Arzignaga Gonzáles, dell’Associazione Gabinete Fotográfico di Puebla, di Giacomo Frullani e Annamaria Castellan. La mostra raccoglie gli scatti di dieci fotografi parte del gruppo “Plateros 1839”: Angela Arziniaga, Elizabeth Castro, Arturo Fuentes, Rafael Galván, Javier González, Loreto Morales, Paulina Pasos, Balam Ponce, Everardo Rivera e Arturo Talavera. Le immagini proposte provocano riflessioni sulle idee e sui concetti legati al corpo. Con più di un decennio di studio e pratica delle tecniche fotografiche storiche del XIX secolo, il gruppo “Plateros 1839” invita a un viaggio tra varie interpretazioni del corpo e della sua rappresentazione nell’arte,  attraverso alcune delle tecniche utilizzate dai fotografi del XIX secolo. “Decifrare i linguaggi del corpo”, evidenza il critico Luan Galmilar, riunisce questi fotografi per produrre stampe all’albumina, un processo che dà origine all’industrializzazione della straordinaria invenzione e del meraviglioso fenomeno fotografico. Ogni autore ci regala uno sguardo diverso e particolare sul corpo e un modo di interpretare le caratteristiche di ogni tecnica.

Vengono dal Giappone invece i cinque fotografi riuniti nella collettiva dal titolo “Ishi no ue nimo san nen” (Seduto su una roccia per tre anni), a cura di Paul del Rosario dell’Associazione Love120 di Tokyo, Giacomo Frullani e Annamaria Castellan. Il titolo della mostra è quello di un celebre proverbio giapponese, (石の上にも三年), che si traduce letteralmente in “sedersi su una roccia per tre anni”. Il riferimento è al fatto che a dicembre saranno passati tre anni da quando il Sars-COV-2 è stato identificato per la prima volta e non siamo ancora tornati alla normalità. Ma se ci sedessimo su una fredda roccia per tre anni alla fine questa diventerebbe calda e forse un po’ più sopportabile: è un inno alla resilienza, allo sforzo paziente che può trasformarsi in qualcosa di positivo. La mostra presenta i lavori sul corpo di Junko Sakamoto, Katsuhi Yamamoto, Rui Hosono, Ryuki Akagawa e Shino Ozaku. Quanto della pandemia abbia influenzato le loro opere è difficile da determinare, tuttavia possiamo dire con certezza che il modo in cui hanno interpretato il fisico ed esplorato il tema è un eco della loro resistenza artistica in questi tempi difficili.

Un’altra collettiva dedicata al tema, “The body as a point of view” (Il corpo come punto di vista), proviene dalla Slovenia è curata da Barbara e Hana Čeferin della Gallerija Fotografija di Lubiana e presenta gli scatti di sei fotografi: Uroš Abram, Boris Gaberščik, Andrej Lamut, Tilyen Mucik, Janez Pukšič, Blaž Rojs. “Quando esaminiamo la selezione degli artisti sloveni che oggi si occupano del corpo sembra che non si occupino più dei suoi significati; il tema centrale del loro lavoro sembra risiedere altrove – sostiene Hana Čeferin -. Il corpo maschile e femminile nelle fotografie esposte sono agenti di forma piuttosto che di significato, sono porte d’ingresso nell’esplorazione del mezzo stesso. Sebbene gran parte delle opere presenti nudi, soggetto spesso connesso all’oggettivazione del corpo femminile, le opere si avvicinano all’erotico in un modo che non ha nulla a che fare con il pornografico e l’osceno. Come afferma Audre Lorde nel suo saggio “Uses of the Erotic: The Erotic as Power”, l’erotico personifica il potere creativo e l’armonia”. L’esposizione slovena mira a mostrare i molteplici modi di avvicinarsi al corpo umano, attraverso una selezione di fotografie differenti per periodo di produzione, background, età, genere e interessi: il denominatore comune dei fotografi selezionati è la passione per la fotografia analogica e il mezzo come una forma d’arte. La selezione mira a presentare curiosità, creatività e diversità, interrogando anche il rapporto tra artista e soggetto.

Quattro sono invece i fotografi della collettiva croata “Le Muse”, curata da Robert Sironi e dedicata alla bellezza del corpo femminile: oltre a Sironi stesso, Miroslav Arbutina, Rino Gropuzzo e Zaneto Paulin. Fin dalla antica Venere di Willendorf, le donne e il corpo femminile sono stati il motivo nelle belle arti. Il dipinto che in molti considerano il più famoso e bello al mondo è un ritratto di una donna – la Gioconda, di Leonardo da Vinci. Poi la “Ragazza con l’orecchino di perla” di Vermeer, la “Ballerina” di Degas, la Marilyn Monroe dalle immagini di Andy Warhol. Le donne, a causa del ruolo e della posizione nella società, erano meno spesso artiste famose, e molto più spesso un motivo, un oggetto, o meglio, un’ispirazione: una musa.

Infine al Magazzino 26 si potrà visionare la mostra “Corpo in fotografia”, a cura del Circolo Culturale Fotografico Carnico e realizzata in collaborazione con autori marchigiani. A esporre sono Ivano Quintavalle, Riccardo Toffoletti, Igor Francesco Tullio, Daniele Sandri e Dino Zanier. “La fotografia – scrive Zanier – a buon diritto può essere considerata la carta d’identità della cultura dell’epoca e il corpo la rappresentazione più completa”. Nell’esposizione sono visibili due serie fotografiche di due autori che hanno fotografato il corpo in manifestazioni opposte. Da una parte il reportage di Daniele Papa su un residuo medioevale della cultura popolare, ma anche sull’identità locale dove il corpo è luogo di autoflagellazione durante le processioni penitenziali del venerdì e sabato santo a Nocera Terinese, in Calabria, in provincia di Catanzaro. Dall’altra Gigliola Di Piazza e la messa in posa attraverso la ricostruzione minuziosa, ma anche fantasiosa ed elegantemente erotica, di un ambiente e un atteggiamento sempre esistito, che si è consolidato fino al parossismo durante il fascismo. Riccardo Toffoletti elabora il suo personale, poetico linguaggio sul corpo, mentre Ivano Quintavalle, con Il corpo in scena proietta la sua indagine sulla “doppia finzione: della messa in posa e della messa in scena” del corpo che si trasforma nel teatro. Nell’altra breve serie fotografica, Tratti del resistere, che si rifanno all’iperrealismo degli anni Cinquanta, Quintavalle mette in scena il suo sdegno per le “disuguaglianze sociali, i disastri provocati dalle guerriglie e conflitti sparsi nel mondo”. Tullio Igor Francesco infine ci riporta alla materialità del fisico con i suoi negativi-calco della sua pelle.

Le sei esposizioni collettive internazionali ospitate al Magazzino 26 saranno visitabili gratuitamente fino all’8 dicembre il venerdì, il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19.

Organizzato da Associazione Acquamarina, Fotografia Zeropixel quest’anno ha ampliato ancora le sue collaborazioni internazionali, con nuove partnership prestigiose al di qua e al di là degli oceani – con l’associazione Gabinete fotográfico di Puebla (Messico), l’associazione 120Love di Tokyo (Giappone), la Galerija Fotografija di Lubiana (Slovenia) – che si aggiungono a quelle consolidate con la Biblioteca Statale “Stelio Crise” di Trieste, la Grin Gallery di Umago (Croazia), e, in Italia, con il Circolo Culturale Fotografico Carnico, l’Associazione Fotonomia di Firenze che organizza anch’essa un festival fotografico analogico, l’Associazione Silver Age, l’Associazione Prologo, l’Associazione Leali delle Notizie, lo Spazio d’arte trart, l’Associazione TriesteAltruista e RDT Radio Station di Trieste. Fondato da Annamaria Castellan, Massimiliano Muner e Michela Scagnetti, il festival si avvale della conduzione artistica di Ennio Demarin e viene realizzato grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e del Credito Cooperativo di Trieste e Gorizia, in coorganizzazione con il Comune di Trieste, Comune di Tolmezzo, Consorzio Culturale del Monfalconese/Ecomuseo Territori e con l’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia.

Il calendario completo e aggiornato con tutte le iniziative del festival è disponibile sul sito www.fotografiazeropixel.it.

 

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