Rapporto Censis: italiani delusi e preoccupati cercano scampo nel sovranismo

Roma – È stato presentato il 7 dicembre a Roma il 52° Rapporto Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) che interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese. Viene considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana.

Nelle “Considerazioni generali”, che introducono il Rapporto, i ricercatori hanno evidenziato come nell’ultima parte dell’anno scorso e nella prima parte di quello che si va chiudendo, il miglioramento dei parametri economici, la fiducia delle famiglie e delle imprese e le positive dinamiche industriali e dell’occupazione facevano percepire la possibilità concreta di vedere completato il superamento della crisi e dei dubbi sul nostro modello di sviluppo.

La ripartenza poi non c’è stata: è sopraggiunto un inciampo, un rabbuiarsi dell’orizzonte.
Guardando agli ultimi mesi, segnati da un rallentamento degli indicatori macroeconomici, da un volgersi al negativo del clima di fiducia delle imprese, da un impoverimento del vigore della crescita, dal rinforzarsi di vecchie insicurezze nella vita quotidiana e dal costituirsene di nuove, verrebbe da pensare che tutto arretra.

Specie se si guarda, nella cronaca quotidiana, al rapido affermarsi della convinzione che siamo oggi nel bel mezzo di un annunciato ritorno a una economia dello «zero virgola qualcosa».

Sono sotto gli occhi di tutti: lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi migratori; l’insicura assistenza alle persone non autosufficienti, interamente scaricata sulle famiglie e sul volontariato; l’incapacità di sostenere politiche di contrasto alla denatalità; la faticosa gestione della formazione scolastica e universitaria; il cedimento rovinoso della macchina burocratica e della digitalizzazione dell’azione amministrativa; la scarsità degli investimenti in nuove infrastrutture e nella manutenzione di quelle esistenti; il ritardo nella messa in sicurezza del territorio o nella ricostruzione dopo le devastazioni per alluvioni, frane e terremoti.

La società vive una crisi di spessore e di profondità: gli italiani sono incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro. Ogni spazio lasciato vuoto dalla dialettica politica è riempito dal risentimento di chi non vede riconosciuto l’impegno, il lavoro, la fatica dell’aver compiuto il proprio compito di resistenza e di adattamento alla crisi.

L’impresa che ha saputo ristrutturarsi, anche a costo di sacrifici e di tagli occupazionali, non trova risposte nella modernizzazione degli assetti pubblici, nel fisco, nella giustizia, nelle reti infrastrutturali, nella ricerca.

L’operaio, il dirigente, il libero professionista o il commerciante che hanno affrontato la crisi economica hanno atteso, troppo spesso invano, il miglioramento del contesto che a quegli sforzi dava senso e direzione. Le famiglie e le aziende che si sono sostituite al welfare pubblico hanno sperato in una uscita dalla provvisorietà, ma hanno finito per rimanere via via più isolate.

Tuttavia, si avvertono segnali che da tempo mancavano: la ripresa degli investimenti nel settore delle costruzioni, dopo anni di progressiva e strutturale decadenza; il consolidamento di una positiva bilancia commerciale nelle tecnologie; il primato italiano nell’economia circolare, con uno spread tecnologico positivo e in costante miglioramento rispetto al sistema industriale tedesco; il crescente fatturato dei tanti soggetti dell’economia esplorativa (dalle piattaforme per i portapacchi dell’era digitale ai tanti settori dell’industria e della ricerca globale).

Andiamo da un’economia dei sistemi verso un ecosistema degli attori individuali, verso un appiattimento della società.

In un ecosistema di attori ‒ e qui sta la potenza del cambiamento ‒ ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale. Ognuno organizza la propria dimensione sociale fuori dagli schemi consolidati: il lavoro dipende da qualche specializzazione e quindi non ha un padrone, ma tanti committenti; ci sono per ciascuno momenti di successo e momenti di regressione; convivono interessi diversi e anche contrapposti; non si opera più dentro le istituzioni per cambiarle, ma ci si mobilita al di fuori.

Il sistema sociale, attraversato da tensioni, paure, rancore, guarda al sovrano autoritario e chiede stabilità, rompe l’empatia verso il progresso, teme le turbolenze della transizione.

Il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con una interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza sono tutte contenute nella non-sovranità nazionale.

I riferimenti alla società piatta come soluzione del rancore, e alla nazione sovrana come garante di fronte a ogni ingiustizia sociale, hanno costruito il consenso elettorale e sono alla base del successo delle formazioni politiche sovraniste nei sondaggi politici in Italia come in tante altre democrazie del mondo.

Secondo quanto emerge dal Rapporto Censis, vi è il sentimento diffuso che classe dirigente e classe politica facciano fatica a proporre una prospettiva per il futuro. Tanto in politica quanto in economia, viviamo in una continua strategia dell’annuncio, che punta a far perdere di vista la realizzazione di quanto promesso.

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