Ricomincia la scuola. Sempre meglio, sempre peggio o sempre uguale?

Trieste – Oltre al primo gennaio, che segna l’inizio di un nuovo ciclo astronomico con annessi e  connessi miti di rinascita e di buon auspicio, l’altra data che produce attese e fermenti di vario genere – per una ragguardevole parte della popolazione – è l’inizio del nuovo anno scolastico. Nella vita reale come nella letteratura, è un momento ricco di aspettative sia per i giovani, che siano genitori o figli, sia per i meno giovani, come gli insegnanti. In particolare gli insegnanti italiani che, dice l’Ocse, sono i più vecchi tra i paesi industrializzati (del mondo, per le statistiche del 2013) e i meno pagati.

Tanto interessante è l’attesa per chi entra per la prima volta in una nuova classe, quanto è rassegnata e ordinaria per chi vi entra sapendo che quanto accadrà è la conseguenza diretta di risvolti politici ed economici che si verificano secondo un meccanismo tanto scontato quanto già  sperimentato.

Nonostante la tradizione – letteraria più che storica – ci consegni l’immagine di un primo giorno di scuola eccitante e gravido di piacevoli stimoli di crescita interiore, la realtà dei sondaggi internazionali è più tragicamente vicina alla realtà: per 4 ragazzi su 10 il rientro a scuola rappresenta un trauma da stress che incide negativamente sul sonno, sull’alimentazione e sull’umore. E, naturalmente, il tutto si riverbera negativamente sui genitori che si preoccupano per i figli e credono che la scuola abbia effetti distruttivi, con le ben note conseguenze.

La classifica della Varkey Foundation

Dall’altro lato, per conoscere quale effetto la scuola abbia sugli insegnanti è sufficiente – anche in questo caso – dare un’occhiata ai sondaggi secondo i quali il 67% dei docenti soffre di patologie psichiatriche – più o meno acute –  da burn out. Niente di strano se si pensa come ormai sia considerata mediamente la scuola e che secondo la Varkey Foundation (per intenderci, la fondazione che conferisce il il Global Teacher Prize, il premio al miglior insegnante del mondo) il rispetto di cui godono gli insegnanti in Italia è al 33° posto su 35 stati in cui è stata svolta l’indagine statistica, che ha riguardato 35.000 intervistati di età compresa tra i 16 e i 65 anni. Gli insegnanti italiani, in base a rispetto e considerazione sociale, sono terzultimi: vengono subito dopo il Ghana e prima di Israele e Brasile.

Quello che attende alunni, docenti e genitori, e che giustifica il generale livello di stress, è un ventaglio di possibilità che va dai vaccini alle classi pollaio, dall’educazione civica che si rifà il trucco alla regionalizzazione della scuola, dalle cattedre scoperte ai test invalsi, alla carenza di insegnanti di sostegno, alla differenza tra Nord e Sud, alla discriminazione tra immigrati e nativi, alla riforma della maturità, agli scarsi investimenti dei governi italiani nell’istruzione, alla ciclica riproposizione del modello  di scuola finlandese, ai docenti presi a botte, ai ricorsi per le bocciature, ai ministri che cercano consensi promettendo aumenti di stipendio… E la lista sarebbe lunga.

In Italia, la scuola assomiglia a un rebus che nessun governo ha potuto, o piuttosto voluto, risolvere. Non da ultimo, il caso in cui un anno scolastico si conclude con un ministro dell’istruzione di un colore e il successivo si apre con un ministro di un altro colore.

Ogni anno scolastico è vecchio e nuovo nello stesso tempo. Dipende da chi lo guarda. E ogni sguardo non può evitare personalismi, ma soprattutto non può eludere una semplice conseguenza anagrafica: chi lavora nella scuola da un periodo di tempo – più o meno lungo – è in grado di osservare, sperimentare e valutare in modo diretto i cambiamenti e le ricorrenze. Tutto questo con una ricaduta non sempre positiva, ovvero che l’esperienza del corpo docente o la freschezza dei giovani studenti  può  trasformarsi in stanchezza, quando la frizione tra scuola e società diventa troppo acuta.

Per esempio, riguardo la lettura. I giovani sono sempre meno abituati a leggere. Nonostante i buoni propositi e la pressione del mondo della cultura e dell’editoria in genere, la lettura non va d’accordo con i ritmi veloci e frettolosi della rivoluzione digitale. I processi sequenziali come la lettura perdono terreno a  vantaggio dei processi in parallelo dei prodotti multimediali e di un mercato capace di condizionare gli adolescenti in maniera più  profonda di quanto possa fare la famiglia o l’istruzione.

E tutto questo ripropone il  dubbio sempre più acuto se la scuola sia o meno al passo con i tempi e se sia la scuola a formare la società  o viceversa.

In attesa di risolvere questo dilemma irresolubile, quello che appare chiaro nell’esperienza quotidiana è il cambiamento della capacità di attenzione e concentrazione e, di conseguenza, di comprensione, fatto che genera i noti e diffusi problemi nella lingua italiana e nella matematica.

Anche i rilevamenti nazionali sulla qualità della preparazione degli studenti italiani meriterebbero una profonda riflessione (già condotta in altre occasioni) se  non altro per il fatto che collegano il sistema scolastico italiano alle direttive economiche europee. E questo è un altro fattore che contribuisce a rendere la scuola quel settore strategico e fondamentale, complicato e delicato, che serve a delineare le tendenze di come sarà il futuro del mondo del lavoro per i ragazzi che in questi giorni varcano le soglie di nuove aule. La scuola è il passaggio obbligato verso un mondo che evolve con una rapidità inedita rispetto al secolo scorso. La sfida che la scuola dovrebbe raccogliere e quella di tentare di rincorrere questa evoluzione. Sempre che ne abbia gli strumenti.

Roberto Calogiuri

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