Ricorre il 63° anniversario del Vajont. Presentati nuovi studi sulla dinamica della frana

Erto e Casso (Pn) – Nela 63ª ricorrenza della tragedia del Vajont, il ricordo delle vittime richiama ancora le istituzioni alla responsabilità, alla prevenzione e all’ascolto delle comunità.

Il 9 ottobre 1963 la frana del monte Toc precipitò nel bacino della diga, provocando un’onda che investì Longarone e altri centri della valle del Piave. Le vittime furono quasi duemila. Nell’anniversario del disastro, il presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Mauro Bordin, invita a trasmettere la memoria alle nuove generazioni e a tradurla in un impegno civile.

«Sessantatré anni dopo, il Vajont continua a interrogarci. Ricordiamo le vittime della notte del 9 ottobre 1963, siamo vicini ai superstiti e ai familiari e rinnoviamo il nostro legame con le comunità di Erto e Casso, Longarone e degli altri territori colpiti. A loro dobbiamo una memoria capace di tradursi in responsabilità», afferma Bordin.

Il presidente del Consiglio regionale richiama soprattutto il rapporto fra decisioni pubbliche, conoscenza del territorio e sicurezza. «Quella catastrofe ci ha insegnato quanto possano essere gravi le conseguenze di decisioni prese senza ascoltare i segnali del territorio e le preoccupazioni delle persone che lo abitano. Per le istituzioni, ricordare significa dare valore a quell’ascolto, alla conoscenza e alla prevenzione, mettendo sempre la sicurezza delle comunità al primo posto».

Bordin ricorda infine il ruolo della memoria nella formazione delle nuove generazioni: «Il ricordo va trasmesso soprattutto ai giovani, perché comprendano ciò che accadde e perché le testimonianze dei sopravvissuti continuino a parlare alle generazioni future».

La Regione ha istituito una giornata dedicata al ricordo della tragedia, con l’obiettivo di mantenere viva la memoria delle vittime.

Un nuovo studio

A 63 anni dal disastro, la ricerca scientifica continua a indagare la dinamica del movimento franoso che trasformò il bacino del Vajont in una delle più gravi catastrofi della storia italiana. Martedì 7 ottobre, al Centro visite di Erto e Casso, è stato presentato un nuovo studio condotto dall’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) di Trieste insieme all’Università di Parma.

Le indagini, avviate nel 2011 e sviluppate attraverso rilievi geofisici, analisi e carotaggi, hanno permesso di ricostruire in tre dimensioni parti del sottosuolo e della superficie di scivolamento della frana. Il risultato modifica la rappresentazione di un movimento considerato a lungo come quello di un’unica grande massa.

Secondo il modello illustrato dai ricercatori, la frana era composta da due porzioni con caratteristiche differenti: una parte basale più deformabile, ricca di materiale argilloso, e una parte superiore più rigida. L’urto della porzione inferiore contro il versante opposto avrebbe compresso il materiale fino a renderlo molto più compatto, mentre il blocco superiore avrebbe proseguito la corsa per inerzia, contribuendo a spingere l’acqua del bacino oltre la diga.

La ricostruzione aiuta a spiegare come si sia generata un’onda di dimensioni eccezionali e perché la massa franata abbia potuto trasferire una quantità così elevata di energia all’acqua. I ricercatori hanno sottolineato che le nuove conoscenze sulla dinamica non modificano il quadro delle responsabilità storiche: i movimenti del versante erano stati osservati prima del 9 ottobre 1963 e le modalità di gestione dell’invaso e degli svasamenti progressivi sono considerate un fattore determinante nell’innesco della frana.

La centralina idroelettrica proposta a Erto e Casso

Nel territorio di Erto e Casso è intanto aperto il confronto su un progetto per una nuova centralina idroelettrica ai piedi della diga, che prevede di sfruttare le acque del torrente Vajont. La proposta è stata presentata dalla società Welly Red e riguarda una derivazione dal lago residuo a valle della diga, con una portata massima indicata di 45 moduli, una media di 15 e un salto di 123,35 metri. L’intervento interessa anche il territorio di Longarone, in provincia di Belluno.

Le opposizioni contrarie al progetto

Il progetto ha riaperto il dibattito sull’opportunità di produrre energia in un luogo già colpito da una tragedia legata alle scelte compiute intorno allo sfruttamento delle risorse idriche. Fra i temi discussi ci sono gli effetti ambientali delle opere, le modalità di realizzazione degli impianti, i canoni derivanti dalla concessione e le eventuali compensazioni a favore della comunità locale. Secondo le informazioni diffuse sul progetto, le opere principali sarebbero realizzate in caverna. Restano inoltre al centro del confronto le ricadute economiche per Erto e Casso e il coinvolgimento dei residenti nelle decisioni.

Il consigliere regionale Furio Honsell, di Open Sinistra FVG, ha chiesto maggiore trasparenza sul progetto e un confronto pubblico. In una nota del 29 settembre ha contestato, tra gli altri aspetti, la mancanza di chiarezza sui canoni per il Comune, sulle opere di compensazione e sulle tecniche di scavo. Honsell ha inoltre criticato l’assenza di un percorso di dibattito pubblico che consenta ai cittadini di valutare gli aspetti tecnici, economici ed etici dell’intervento.

Sulla stessa linea critica si colloca Serena Pellegrino, consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra, che nel messaggio diffuso per il 63° anniversario ha richiamato le responsabilità politiche e industriali della tragedia e il rischio che gli interessi economici prevalgano sulla sicurezza delle comunità. Per Pellegrino, il Vajont resta un monito contro «il delirio di onnipotenza dell’uomo sulla natura e contro il profitto perseguito senza scrupoli».

La consigliera contesta inoltre le scelte che, a suo giudizio, continuano a privilegiare gli interessi economici rispetto alla tutela del territorio. Chiede che alle commemorazioni seguano decisioni coerenti in materia di prevenzione del rischio idrogeologico, consumo di suolo e valutazione delle opere. Il suo intervento si inserisce così nel confronto sulla centralina idroelettrica proposta ai piedi della diga, una vicenda che ha riaperto il dibattito sull’opportunità di realizzare nuovi impianti in un luogo segnato da una catastrofe legata anche alle modalità di sfruttamento delle risorse idriche.

Le commemorazioni

Le iniziative per il 63° anniversario si sono sviluppate nell’arco della settimana. Il 7 ottobre, oltre alla presentazione scientifica a Erto e Casso, il programma ha previsto a Longarone una lettura animata dedicata alla storia del Vajont, affidata ai bambini della scuola primaria.

Per venerdì 9 ottobre sono in programma cerimonie religiose e civili nei luoghi colpiti. A Erto e a Casso le messe di suffragio sono previste alle 9, mentre alle 11 è in programma una celebrazione nella chiesa di Sant’Antonio al Colomber, vicino alla diga. A Fortogna, nel cimitero monumentale delle vittime, la deposizione delle corone è fissata alle 15, seguita dalla commemorazione civile alle 15.15 e dalla messa alle 15.30. A Longarone sono previsti altri momenti di ricordo nel pomeriggio e una veglia alle 21.30. In serata si svolgeranno anche le fiaccolate a Erto e Casso e il corteo commemorativo nel Comune di Vajont.

Il programma proseguirà sabato 10 ottobre a Longarone con la consegna del premio “Longarone 2026” e, in serata, con un concerto a Castellavazzo. Le iniziative uniscono il ricordo delle vittime alla trasmissione della memoria attraverso la scuola, la ricerca e la partecipazione delle comunità.

 

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