Garante dei detenuti di Trieste, allarme sul carcere “Sovraffollamento e caldo rendono la situazione insostenibile”
Trieste – Il carcere di Trieste continua a soffrire di un sovraffollamento che, secondo il Garante comunale dei diritti dei detenuti, sta determinando condizioni sempre più difficili sia per le persone recluse sia per il personale della Polizia penitenziaria.
Nella segnalazione, che pubblichiamo integralmente, la garante Elisabetta Burla descrive una situazione aggravata dal caldo estivo, dalla presenza di infestazioni di cimici e dalla carenza di risorse, evidenziando come l’istituto ospiti attualmente 252 persone a fronte di una capienza effettiva di 135 posti.
Nel documento vengono inoltre richiamati i numerosi eventi critici registrati nelle carceri italiane e viene ribadita la necessità di interventi strutturali, a partire da misure che possano ridurre il sovraffollamento.
Sovraffollamento – caldo torrido – eventi critici: benvenuti al decimo cerchio dell’inferno
Sovraffollamento, caldo torrido, isole di calore/assenza di aree verdi, condizioni di detenzione disumana, persone che – ciclicamente – vengono sistemate alla meno peggio nei corridoi dove, oltre al letto, in bella vista, non si ha la possibilità di mangiare su un piano, di riporre i propri effetti personali in uno spazio chiuso e si ha l’inconveniente di avere la luce accesa 24 ore su 24.
L’inconveniente è in realtà una forma documentata di tortura psicologica e sensoriale nota – a livello internazionale – come componente della tortura della stanza bianca: colpisce i bisogni biologici primari dell’organismo, mirando a distruggere la stabilità mentale della persona senza lasciare segni fisici visibili.
È ovvio che la situazione non è voluta dalla Direzione o dal personale della Polizia Penitenziaria, che segnala le criticità, chiede di poter intervenire per trovare soluzioni che garantiscano il rispetto della legalità e la sicurezza del personale, ma i fondi non arrivano, non nei tempi necessari; è un “effetto secondario” del sovraffollamento che colpisce il carcere di Trieste, come quello di tutti gli istituti del territorio nazionale.
252 presenze in un carcere che di persone ne può ospitare – concretamente – 135 comportano difficoltà enormi per tutti: per le persone detenute, private dei diritti inviolabili della persona e, soprattutto, della loro dignità, dove anche le esigenze fondamentali sono compresse. Pensiamo all’utilizzo del bagno nelle celle, non già condiviso da due persone, come da regolamento, ma da almeno 6/7 persone. In alcuni casi 10.
E i vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la Politica volgono lo sguardo altrove.
E, come ogni estate, nuovamente emerge prepotente il problema delle infestazioni delle cimici dei letti che, mordendo e pungendo i corpi, causano prurito insopportabile, gonfiore e allergie con ripercussioni sull’accesso al servizio sanitario. Servizio sanitario che è quello regionale. È quello di tutti noi cittadini.
E no, le cimici non fanno ragionamenti filosofici, non si soffermano a vedere se il corpo è di una persona detenuta, di un agente, di un sanitario, di un educatore o di un volontario. Con il rischio concreto – e già verificatosi – che tali insetti possano essere trasportati all’esterno con possibili infestazioni in abitazioni private, luoghi o esercizi pubblici. Un problema che allora diventa della società, della cittadinanza, del mondo “al di qua del muro”.
Infine la componente caldo, insopportabile, che non lascia respirare e che esaspera gli animi di tutti. Non per niente le manifestazioni di disagio e le rivolte si verificano prevalentemente in estate.
Un conteggio macabro quello dei suicidi – ad oggi 32 – e dei tentati suicidi, delle morti per altre cause – ad oggi 82 – che coinvolge anche la locale casa circondariale, dove, a fronte di eventi critici, il risicato numero di appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria è abbandonato e lasciato solo a gestire l’ingovernabile, a salvare vite, a sopperire, ognuno come può, al vuoto delle Istituzioni. Personale esasperato, abbandonato “al fronte” dai vertici.
E allora parlare di indulto è l’unica strada.
Ma è anche necessario e urgente modificare le norme per superare le preclusioni penitenziarie e per dare effettiva concretezza alle misure alternative alla detenzione in carcere e alle pene sostitutive che rischiano di diventare, sempre più, lettera morta.
Il Garante comunale dei diritti dei detenuti di Trieste
Elisabetta Burla
Comunicato protocollato al n. 10/18/101/1-26 (5743/149480)

