Da Facebook a TikTok. Perchè la scrittura non va più di moda

Ogni volta che i risultati delle prove Ocse-Pisa sono pubblicati, inizia il consueto scaricabarile piramidale sulle responsabilità del rendimento (sempre pessimo in questi test e sempre peggiore da vent’anni) degli studenti italiani: i professori universitari lamentano che i laureandi non sanno scrivere e accusano del declino della lingua italiana i licei che accusano le scuole medie che accusano le elementari.

Qualche volta, nella ripida discesa, si coinvolgono internet, i social media e gli smartphone. Spesso si accusa la famiglia che, come si sa, è un’istituzione più antica di internet e impossibile da riformare. Invece, con la scuola, tutti i governi in cerca di consensi fanno il solito, vano, tentativo di avvicinarla al paese reale.

Questa volta, fra i tristi primati dei quindicenni italiani c’è – oltre al tradizionale non saper scrivere – quello di non saper individuare l’idea portante di un testo di media lunghezza e di non essere capaci di distinguere tra fatti e opinioni: solo uno su venti ci riesce, contro una media europea di uno su dieci. Fatto gravissimo per una scuola che, almeno nelle intenzioni del presidente della Repubblica, si propone di coltivare cultura, libertà di pensiero e spirito critico.

Poi si inizia il solito coro indignato, con il consueto ritornello di energiche proposte per arginare la catastrofe: bocciare di più, più severità, obbligo di leggere, tornare alle poesie a memoria, rinvigorire analisi logica e grammaticale. O selezionare gli insegnanti in base alla vocazione, semmai fosse una grandezza misurabile, come vorrebbe la sottosegreteria all’istruzione, indicando la spiritualizzazione della professione docente.

Però, se la politica chiama l’insegnante alla vocazione missionaria invece che a una specializzazione professionale, gli stessi ragazzi interpellati dai test Pisa disegnano il profilo del docente medio italiano: demotivato, scarsamente retribuito, e quindi poco divertito e poco entusiasta del proprio lavoro in classe.

Eppure questo coro di voci allarmate e accorate stona se confrontato con le politiche scolastiche dettate dall’Unione Europea agli stati membri fin dal trattato di Maastricht. Risulta evidente che l’Italia stenta a rispettare i parametri dell’Unione, e non solo quelli fiscali del Patto di Bilancio Europeo.

Il mondo economico è consapevole che una flessione di consumi e produzione può incrinare l’intero apparato capitalistico. Quindi l’imperativo è di evitare scosse eversive in un sistema produttivo che non può permettersi il lusso di rivoluzioni o scioperi.

E infatti, a considerare le implicazioni delle politiche scolastiche ed economiche europee, si nota la tendenza a produrre lavoratori acritici, facilmente controllabili e docili. E di creare altrettanti consumatori obbedienti ai messaggi pubblicitari e sottomessi alle prescrizioni pubblicitarie dei mercati.

Da qualche parte, ci sarà qualcuno contento di questi risultati: come la Tavola Rotonda Europea degli Industriali, nata per contrastare la concorrenza di Stati Uniti e Asia con lavoratori passivi e a buon mercato. Oppure gli strateghi del marketing aziendale che potranno creare perfetti consumatori condizionando desideri e bisogni di chi non sa individuare significati reconditi o interpretare le intenzioni implicite in un messaggio, o non sa leggere e concentrarsi: potranno persuadere i potenziali acquirenti della bontà di quello che vendono le aziende committenti o l’influencer di turno. Per non parlare dei messaggi politici.

In un simile contesto,  risulta imbarazzante – ma sarebbe meglio dire preoccupante – notare quanti si scandalizzino per l’impoverimento sintattico e lessicale e quanto pochi, invece – perlopiù psicologi e neuropsichiatri infantili – avvertano il pericolo di un inaridimento emotivo.

Che lingua ed emozioni siano due facce della stessa medaglia è facilmente intuibile: ormai (quasi) tutti rinunciano a de-scrivere le proprie emozioni: è molto più facile e veloce usare gli emoticon, che sta per emotional icon, ovvero le rappresentazioni delle proprie emozioni. Pronte e vivaci, ma stereotipate, non modificabili, limitate nelle varietà e nelle sfumature per assecondare i ritmi della messaggistica. E poi gli acronimi, le abbreviazioni, le omissioni di articoli, di preposizioni, parole, spazi, o vocali, l’uso di lettere o simboli matematici.

Da quando il linguaggio si è unito all’elettricità, la rivoluzione è stata veloce e penetrante. La comunicazione si è accelerata e l’interazione umana si è impoverita. La scarsa familiarità con lettura e scrittura è solo un aspetto di qualcosa di più profondo: la psicologia sostiene che la continua interazione, fin dalla tenera età, con uno schermo digitale determina un rispecchiamento emotivo diverso da quanto sperimentato dagli adulti delle generazioni precedenti. Nei più giovani, guardare uno screen sostituisce l’interazione reciproca, fatta di sguardi, di quel contatto che produce la consapevolezza di sentirsi esistere, di essere considerati, voluti e desiderati.

Il confronto faccia a faccia, utile nella definizione dialettica delle proprie idee e della propria personalità, è considerato insufficiente, e nuove dinamiche di contatto hanno prodotto – come in ogni momento storico – nuovi codici linguistici e grammaticali assieme a nuovi moduli comunicativi.

Per esempio, le distanze si sono annulate e gli intervalli negli scambi di idee e opinioni si sono azzerati perché la chat o il blog esigono reazioni rapide e, di conseguenza, periodi e opportunità di riflessione e approfondimento minimi o inesistenti.

L’esigenza di velocità ha prodotto una lingua sintetica, abbreviata e difficile da interpretare. La multimedialità e la transmedialità hanno fuso codici espressivi che prima erano separati, tanto che musica, video, fotografie, parole sono interscambiabili e spesso sovrapposti.

La comunicazione in parallelo ha preso il posto di quella sequenziale e, che piaccia oppure no, nella post-modernità la scrittura non è più il principale mezzo di comunicazione e condivisione dei contenuti. Così come nell’era digitale il cambiamento della comunicazione ha come effetto collaterale un cambiamento delle risposte emotive. Per esempio, davanti a una webcam ci si sente liberi, cadono l’insicurezza, l’introversione e la timidezza, scompaiono quelli che da sempre erano i principali freni inibitori della comunicazione e dell’interazione dei giovani tra coetanei e con gli adulti.

Di fronte a tale seducente prospettiva, perché un adolescente dovrebbe rinunciare a usare questo insieme di strumenti o evitare queste nuove tecniche espressive con dispositivi alla sua portata, che lo fanno sentire protagonista della propria narrazione senza limiti materiali e che possono creare dipendenza?

Anche moltissimi adulti non hanno saputo resistere a questa potente seduzione, tanto che i più giovani rivendicano per sé spazi usurpati dai più maturi: così, mentre gli adulti se ne impadronivano, sono migrati da Facebook a Instagram. E poi a TikTok, il social cinese che ha compiuto da poco un anno di vita in Italia e ora è l’applicazione più scaricata al mondo. Facebook è già roba da vecchi, dicono le nuovissime generazioni a proposito del social in cui si scrive molto, forse troppo.

Con Tik Tok la tendenza è quella di una sempre maggiore rapidità di creazione, leggerezza di impegno e condivisione di messaggi brevi (un video può durare al massimo 60 secondi), di una scrittura ridotta al  minimo, di contenuti sempre più semplici e condivisibili oltre le barriere linguistiche, mai violenti o negativi, ma sempre più stereotipati e imitati. Entrare in Tik Tok è come entrare in una dimensione che un adulto potrebbe faticare a comprendere, un universo organizzato secondo coordinate elementari e schemi espressivi poco articolati, è per questo molto efficace ed estesa nella sua superficialità.

Fin dal 2010 è noto il fenomeno dei neonati sul web: i bimbi che ora hanno dieci anni, hanno esordito in rete a sei mesi. Taluni anche al momento in cui sono venuti alla luce. Le telecamere di nonni e papà sono entrate in molte sale parto. Il 7% dei bambini aveva una casella di posta elettronica ancora prima di sapere cosa fosse. Ma non sono stati loro a voler comparire: sono stati i rispettivi genitori a consegnarli al mondo virtuale, condividendo nei social media persino le immagini anteriori alla nascita, quelle delle ecografie del grembo materno.

I giovani, in passato, hanno sempre avuto un controlinguaggio nato dall’opposizione con gli adulti. Ma ora sono gli adulti che hanno normalizzato la trasgressione, introducendo in radio e tv, sui giornali e nella vita quotidiana un gergo fatto di sigle, neologismi, inglesismi e storpiature varie, sfidando la dottrina della Crusca.

C’è da stupirsi, quindi, se gli studenti nati in rete – e abituati a risiedervi – preferiscano una comunicazione digitale semplice ma ricca di immagini e suoni alla parola, parlata e scritta, con le sue rigorose ingombranti regole enciclopediche impartita a scuola?

Roberto Calogiuri

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