Processo Regeni, la sentenza a Roma: tre condanne e un’assoluzione per il reato di sequestro di persona
Roma – Dieci anni dopo la morte di Giulio Regeni arriva oggi 28 settembre la prima sentenza di un processo lungo ed accidentato. La prima Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni di reclusione tre dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani imputati per il sequestro del ricercatore friulano. Il quarto è stato assolto.
La decisione riguarda il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la Procura di Roma aveva chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Il generale Tariq Sabir è stato invece assolto.
La Corte ha riconosciuto la responsabilità di tre degli imputati per il sequestro di Giulio Regeni, mentre non è stato accolto l’impianto accusatorio relativo all’omicidio. Per capire pienamente le ragioni della decisione sarà necessario attendere le motivazioni della Corte, che dovranno essere depositate entro 90 giorni. È un passaggio particolarmente importante, considerato che nel processo la Procura aveva sostenuto la responsabilità degli imputati anche rispetto alle torture e alla morte del ricercatore.
Giulio Regeni era al Cairo per il dottorato all’Università di Cambridge. La sera del 25 gennaio 2016 scomparve mentre si trovava nella capitale egiziana. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio lungo la strada che collega il Cairo ad Alessandria: sul cadavere furono riscontrati segni di violenze e torture.
Da quel momento è iniziata una vicenda giudiziaria durata più di dieci anni, caratterizzata da versioni contraddittorie fornite dalle autorità egiziane, difficoltà investigative e una lunga interruzione della collaborazione fra le magistrature dei due Paesi.
La Procura di Roma aveva chiesto il rinvio a giudizio per quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. Il maggiore Sharif era accusato anche di concorso nelle lesioni personali aggravate e nell’omicidio aggravato, mentre agli altri tre veniva contestato il sequestro aggravato.
Nel giugno scorso l’accusa aveva chiesto l’ergastolo per Sharif e 17 anni e mezzo per ciascuno degli altri tre imputati.
Il processo ha dovuto superare numerosi ostacoli di carattere procedurale. Nel 2021 il percorso giudiziario era stato fermato per l’assenza degli imputati e per l’impossibilità di notificare loro gli atti. La Corte costituzionale, nel 2023, ha stabilito che il procedimento poteva proseguire anche in assenza di una formale notifica agli imputati. Il processo davanti alla Corte d’Assise è quindi ripartito nel gennaio 2024.
Un nuovo passaggio davanti alla Consulta è arrivato all’inizio del 2026, quando la Corte costituzionale ha accolto una questione sollevata dalle difese. Superato anche quell’ostacolo, il dibattimento è arrivato alla fase conclusiva con le richieste della Procura del giugno scorso e, oggi, con la sentenza.
I quattro imputati non sono mai comparsi in aula.
Questa mattina, prima della sentenza, i genitori di Giulio Paola Deffendi e Claudio Regeni, con la figlia Irene, erano a Roma, insieme alla loro legale Alessandra Ballerini, per assistere all’udienza conclusiva. Davanti alla cittadella giudiziaria si è svolto anche un presidio del “popolo giallo”, la rete che in questi anni ha accompagnato la richiesta di verità e giustizia per Giulio.
“Pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a un processo e poi a una sentenza. Questa è già una vittoria, ma non ci accontentiamo”, ha detto Ballerini.
Ora il dispositivo della sentenza apre una nuova fase. La condanna di tre imputati rappresenta la prima risposta giudiziaria italiana ma sarà soprattutto la lettura delle motivazioni a dover chiarire come la Corte abbia valutato le prove raccolte nel corso dell’inchiesta e del lungo processo e perché abbia riconosciuto la responsabilità per il sequestro, senza accogliere le contestazioni relative all’omicidio.
Per la famiglia Regeni e per Fiumicello, dove Giulio è cresciuto e dove in questi dieci anni la richiesta di verità non si è mai interrotta, la sentenza di oggi è quindi un passaggio importante di una vicenda giudiziaria che non può ancora considerarsi completamente chiarita.

