Scuola: intervista a Dario Gasparo, vincitore triestino del Global Teacher Prize 2017

Trieste – Mancano pochi giorni all’inizio della scuola. Un ritorno emozionante anche per Dario Gasparo, triestino, insegnante di matematica e scienze alla scuola media Caprin di Trieste: è uno dei vincitori del Global Teacher Prize 2017.

Ci siamo scritti e poi incontrati durante l’estate e ne è nata una riflessione multiforme sull’insegnamento, la scuola pubblica e l’educazione: erano i giorni in cui usciva la notizia dell’assunzione di 52mila docenti da parte del Ministero dell’Istruzione, datata 14 agosto 2017.

All’indomani del premio, gli avevo chiesto che impressione si era fatto del gala riservato dagli Emirati Arabi – luogo dove era avvenuta la premiazione – rispetto all’essenzialità in cui si svolge il lavoro degli insegnanti.

“Quell’opulenza – mi scriveva il professor Gasparo – è stata spiegata ed è stata voluta perché l’organizzazione, che devo dire è molto illuminata oltre che ricca, ha voluto dare un segnale al mondo intero equiparando il professori virtuosi ai divi del calcio che sono sempre sulla scena in maniera esagerata”.

A parte gli aspetti spettacolari del premio, di cui parleremo più avanti, “l’aspetto più positivo dell’Italian Teacher Prize al quale ho partecipato è stata la possibilità di conoscere, condividere, crescere, imparare, scambiare, “contaminarsi”, per usare un termine in voga. L’esperienza a Dubai è stata stimolante sia per il tenore degli incontri con colleghi e personalità di spicco, sia per gli spunti tecnologici che mi ha dato”.

Il motivo di un titolo inglese in una competizione italiana sta nel fatto che questo premio nazionale per insegnanti è inserito nel contesto internazionale del Global Teacher Prize, avviato tre anni fa dalla Varkey Foundation. L’Italia è stata la prima ad avviare una fase nazionale, seguita quest’anno da altri 20 paesi.

“Il premio di 1 milione di dollari del Global Teacher Prize – racconta Gasparo – ha attratto all’incontro di Dubai docenti provenienti da più di un centinaio di paesi da tutto il mondo. I dieci finalisti, 5 uomini e 5 donne, vengono da Pakistan, Regno Unito, Jamaica, Canada, Spagna, Brasile, Australia, Kenia e Cina. Dell’insegnante cinese, Boya Yang, ho seguito la lezione nella quale, da buona psicologa qual è, ha simulato l’incontro che propone ai genitori all’inizio dell’anno, per rompere il ghiaccio ed entrare in sintonia”.

“Il presidente della Fondazione Varkey ha spiegato che il Premio è stato istituito per migliorare il rispetto ai docenti di tutto il mondo, obiettivo perseguito facendo accendere un riflettore sui grandi maestri e condividendo le loro storie straordinarie. Gli ideatori si dichiarano soddisfatti dell’effetto di “contaminazione” della loro iniziativa, che ha portato governi di tutto il mondo a condividere il messaggio di impegnarsi per elevare lo status degli insegnanti”.

“È certo opinabile che l’istituzione di un premio porti effettivamente ad una migliore considerazione della categoria alla quale appartengo, ma alcuni aspetti interessanti ci sono e credo che non faccia male parlarne”.

Le riflessioni del prof. Gasparo erano condivise dal gruppo di docenti italiani a Dubai.
“Inizialmente con il gruppetto di quattro colleghi ho condiviso qualche perplessità per l’essersi ritrovati catapultati in un mondo che è apparso mondano, ricco, uno show degno delle esagerazioni hollywoodiane, a cui i docenti non sono certo avvezzi. Le colleghe Maria Franco abituata a lavorare nel carcere minorile di Nisida (Napoli) e Anna Berenzi, di Brescia, la vincitrice della competizione italiana che svolge la sua professione con i ragazzi ricoverati in ospedale, hanno inizialmente condiviso con me ed Antonio Silvagni, il latinista di Arzignano, il disagio per le sproporzionate performance che hanno accompagnato le fasi finali del premio internazionale”.

Salvo però ricredersi una volta compreso che l’obiettivo dell’organizzazione era proprio quello di accendere i riflettori su una professione spesso trascurata eppure, a detta di tutti gli importanti relatori e rappresentanti degli Stati, fondamentale.

“Il premier Gentiloni ci ha salutati in video scherzando sul fatto che «insegnare è lo sport più importante del mondo» mentre il premier canadese ha affermato che «gli insegnanti ti aiutano ad immaginare ed affrontare il futuro». Il presidente della fondazione ha argomentato che i calciatori come Ronaldo hanno così tanta visibilità e dovrebbero averla anche i professori, che fanno un lavoro con ricadute ben più importanti”.

“Quindi, chiarito che l’esagerazione era motivata, ci siamo goduti la scena”.

Lo scorso anno il primo premio era stato annunciato da Papa Francesco, ma l’organizzazione ci aveva fatto sapere che quest’anno avrebbero fatto di più… “di più? E chi?- ci siamo chiesti”.
“Ebbene, la comunicazione della vittoria è stata data in diretta dalla Stazione Spaziale Internazionale con una busta vagante nell’aria senza gravità che riportava il nome della canadese vincitrice”.

“La consegna della coppa è avvenuta con un lancio in diretta, ripreso con la Gopro, da un elicottero a 3 mila metri di quota, dal quale, coppa in mano e vestito in abito da sera, si è lanciato Bear Grylls, il noto conduttore televisivo e alpinista nordirlandese della serie Ultimate Survival”.

“Per noi insegnanti abituati ad arrangiarci con quel che si ha, a sopravvivere con ridottissimi finanziamenti alla scuola, assuefatti ad elemosinare vecchi pc da aziende che li dismettono, lo sfarzo era sembrato davvero esagerato finché non ci è stato spiegato il disegno. Gli incontri con l’ambasciatore italiano a Dubai, con i responsabili del Ministero, la ex Ministro Giannini e le squisite e competenti Giulia Serinelli e Alessandra Migliozzi che il Ministero ci ha affiancato per la logistica a Dubai, ci hanno portato a comprendere il senso di ciò che sembrava insensato. E d’altra parte basta osservare il grafico dello status dell’insegnante nel mondo per comprendere come proprio nel nostro paese la categoria degli insegnanti non goda di molta considerazione”.

“Il recente allarme delle quattromila cattedre vuote in matematica nella scuola media, definito una “crisi delle vocazioni” deve far riflettere. La ministra Fedeli ha affermato che il nodo è nello scarso appeal (e stipendio) offerto da una cattedra e nei pochi laureati in matematica. Credo che i nodi di un disinteresse della politica ad una giusta considerazione del ruolo della scuola stiano venendo al pettine. Possiamo cambiare le cose, ma servirà un processo lungo, condiviso con le famiglie e gli studenti”.

E a proposito di cattedre, è di metà agosto la notizia dell’assunzione dei 52mila insegnanti: “Un’intera generazione di docenti ha vissuto nel precariato. Si conclude un ventennio in cui molti colleghi erano nella condizione di non poter fare programmi a lunga scadenza. Ho conosciuto giovani precari, molto più motivati di anziani insegnanti di ruolo, cambiare classe ogni anno: insegnare è come coltivare, prima di raccogliere i frutti bisogna seminare. È frustrante iniziare un progetto con un gruppo di ragazzi e poi dover lasciare. Per quanto riguarda gli alunni, non è sempre vero che avere insegnanti diversi ogni anno sia negativo. La varietà è pur sempre un’esperienza: ricominciare da capo con una persona nuova può essere stimolante”.
Il professor Gasparo nei giorni scorsi ha pubblicato un piccolo video (qui sotto) in cui racconta il suo metodo d’insegnamento.

Si tratta di esperienze molto stimolanti per i suoi giovani allievi, sviluppate con uno stile estremamente creativo.

Nella scuola italiana ciascun docente interpreta in modo personale il proprio approccio all’insegnamento: una linea didattica più condivisa è una prospettiva così remota? “Da una parte esiste giustamente l’autonomia nell’insegnamento; dall’altra il coordinamento dei docenti e il lavoro di “team”, che esiste e funziona nella scuola primaria, nella scuola secondaria – sia di primo che di secondo grado – non ha modo di svilupparsi istituzionalmente. L’unico momento collegiale sono i consigli di classe, in cui si discutono quasi esclusivamente le situazioni dei singoli alunni. Non c’è tempo per parlare di metodologie didattiche. A mio avviso sarebbe indispensabile un’ora in più, settimanalmente, per sviluppare strategie d’insegnamento condivise”.

C’è poi il grosso nodo della direzione didattica. Da parecchi anni a questa parte c’è carenza di dirigenti. Alcuni hanno doppi incarichi e sono costretti a seguire due scuole. E c’è una gigantesca burocrazia, che inghiotte il tempo di presidi e docenti costringendoli spesso a dedicare un extra-lavoro per stendere progetti, indispensabili per una scuola che intende allargare l’offerta formativa.

Le uscite – secondo Gasparo – sono momenti importanti in cui è possibile sperimentare e lavorare in gruppo. Richiedono anch’esse un lavoro in più, lasciato alla buona volontà dei docenti: “Molti insegnanti considerano questa professione una missione. Non sono d’accordo. Credo che ci siano molti lavori al mondo che procurano piacere: non per questo la remunerazione passa in secondo piano. La missione la si fa nel tempo libero, il lavoro non è volontariato”.

Tra una settimana la scuola ricomincia: il premio cambierà qualcosa? “Il premio è un premio alla scuola dove lavoro. Ma ci sono persone alle quali penso quando gioisco per il premio. Per prima la famiglia, spesso sacrificata per potersi dedicare in ogni momento della giornata a migliorare le conoscenze e i metodi di approccio all’insegnamento. Mia moglie Daniela insegna e quindi mi capisce; un po’ meno forse i figli che per anni hanno dovuto sopportare lunghe discussioni durante i pranzi, a chiedere consigli, condividere problemi cercando di affrontarli nel migliore dei modi.

Ma la dedica va anche ai colleghi e all’amministrazione scolastica che quotidianamente collabora alla realizzazione di progetti che propongo agli studenti e, naturalmente, agli studenti stessi e alle loro famiglie, fucina di stimoli e vero motivo di gioia nel momento in cui – è questo il bello del mio lavoro – scopri negli occhi dei giovani l’entusiasmo, la meraviglia, l’incredulità, quell’inarcarsi delle sopracciglia che trasmette la sensazione di stupore e curiosità nell’ascoltare un racconto o assistere ad un esperimento stuzzicante. Le lettere e i messaggi che ho ricevuto da loro sono il premio cui tengo di più”.

Un’ultima domanda su un tema che torna alla ribalta ogni anno scolastico: i test Invalsi. Che cosa ne pensa? “L’idea di valutare le competenze in sé è positiva, costringe i ragazzi ad applicare in campo pratico le conoscenze. Le competenze tuttavia vanno acquisite sul campo. Invece i docenti finiscono con l’insegnare come si superano bene questi test, perché così si fa bella figura e magari al ministero salta in testa di premiare i più bravi… Raccogliere dati e statistiche può essere utile, ma subordinare i finanziamenti alle scuole al risultato dei test è opinabile, e questo è un rischio più volte paventato”.

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