Ripristino delle Province elettive, il giorno delle audizioni. Referendum, competenze e personale al centro del dibattito

Trieste – Prosegue in Consiglio regionale il confronto sul ritorno delle Province elettive in Friuli Venezia Giulia. Nel corso delle audizioni dedicate al disegno di legge 86, la V Commissione presieduta da Diego Bernardis ha raccolto le valutazioni di costituzionalisti, dirigenti regionali, rappresentanti sindacali, amministratori ed esponenti del mondo economico e associativo.

Dal confronto con la società civile è emerso un quadro articolato, nel quale il consenso sulla necessità di rafforzare il governo del territorio si accompagna a profonde differenze di vedute sulle modalità di attuazione della riforma, sulle competenze da attribuire ai nuovi enti e sulla necessità di coinvolgere direttamente i cittadini attraverso un referendum consultivo.

Il nodo del referendum divide

Il tema che ha monopolizzato gran parte della discussione riguarda l’interpretazione delle norme statutarie e la necessità di sottoporre la riforma a una consultazione popolare.

Secondo il costituzionalista Leopoldo Coen, la ricostituzione delle Province non può essere equiparata alle precedenti riforme che avevano portato alla nascita delle Unioni territoriali intercomunali (Uti). Le Uti erano infatti forme associative tra Comuni, mentre le Province sono enti locali autonomi previsti dallo Statuto speciale del Friuli Venezia Giulia.

Per questo motivo, secondo Coen, il passaggio statutario che prevede di “sentire le popolazioni interessate” dovrebbe tradursi in un referendum consultivo, almeno per quanto riguarda la definizione delle circoscrizioni territoriali. Una procedura che, a suo giudizio, consentirebbe anche di prevenire possibili contenziosi davanti alla Corte costituzionale o al Governo.

Una posizione condivisa da Giovanni Bellarosa, già segretario generale della Regione, che ha osservato come sarebbe stato opportuno procedere preliminarmente alla revisione delle norme di attuazione dello Statuto.

Di diverso avviso l’assessore regionale alle Autonomie locali, Pierpaolo Roberti, che ha richiamato la sentenza numero 50 del 2015 della Corte costituzionale relativa alla legge Delrio. In quel caso la Consulta aveva escluso l’obbligo di referendum per l’istituzione delle Città metropolitane, trattandosi di enti già previsti dalla Costituzione.

Bellarosa ha tuttavia sostenuto che la situazione del Friuli Venezia Giulia presenti caratteristiche differenti. La Regione, infatti, parte da un assetto nel quale le Province sono state soppresse e il loro ritorno, pur con referendum soltanto consultivo e non vincolante, richiederebbe comunque il coinvolgimento delle popolazioni interessate.

Nel dibattito è intervenuta anche la consigliera regionale Rosaria Capozzi del Movimento 5 Stelle, che ha richiamato il caso di Sappada e il suo inserimento nella futura Provincia di Udine. Secondo Bellarosa, però, il tema della modifica territoriale sarebbe secondario rispetto al fatto che le future Province costituirebbero comunque enti nuovi.

Quale modello istituzionale per il Friuli Venezia Giulia?

Accanto agli aspetti giuridici è emersa una riflessione più ampia sull’assetto istituzionale della Regione.

Sandro Fabbro, dell’associazione Terza Ricostruzione, ha espresso una netta critica al progetto regionale, definendolo un ritorno a un modello amministrativo del passato e proponendo invece un sistema ispirato alle esperienze federaliste dell’Europa centrale.

Anche tra i consiglieri regionali sono emersi interrogativi sul ruolo che le nuove Province dovrebbero svolgere. Serena Pellegrino di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto di chiarire le competenze effettive da attribuire agli enti, mentre Furio Honsell di Open Sinistra Fvg ha domandato se gli Enti di decentramento regionale (Edr) abbiano realmente migliorato la gestione delle opere pubbliche.

Francesco Russo del Partito Democratico ha suggerito una riflessione più ampia sull’intero assetto istituzionale regionale. Laura Fasiolo, sempre del Pd, ha espresso dubbi sull’utilità del ritorno delle Province e ha chiesto quali benefici concreti possano offrire rispetto agli Edr, oltre a interrogarsi sul rischio di nuove disuguaglianze territoriali.

Massimo Moretuzzo, del Patto per l’Autonomia-Civica Fvg, ha invece manifestato preoccupazione per un possibile indebolimento del decentramento amministrativo.

Province e Edr. Il confronto sulle funzioni

Una parte rilevante delle audizioni si è concentrata sul rapporto tra future Province ed Enti di decentramento regionale.

Coen ha invitato a distinguere nettamente tra funzioni politiche e funzioni amministrative. Se le prime richiedono organi elettivi e rappresentativi, per le seconde sarebbero sufficienti strutture tecniche efficienti. Da qui la sua proposta di rafforzare ulteriormente gli Edr anziché ricostituire enti politici.

I vertici degli stessi Edr hanno illustrato nel corso delle audizioni le attività oggi svolte, i progetti in corso e i quadri economici che dovrebbero essere trasferiti alle future Province.

Tra le questioni sollevate dai consiglieri sono emersi anche i temi della gestione ambientale e del trasporto pubblico locale. Diego Moretti, del Partito Democratico, ha chiesto chiarimenti sulla sostenibilità del trasferimento di tali competenze ai nuovi enti.

Il sostegno dell’Unione delle Province d’Italia

Tra le voci favorevoli alla riforma si è distinta quella di Enzo Lattuca, presidente nazionale dell’Unione delle Province d’Italia.

Secondo Lattuca, i dieci anni successivi alla riforma Delrio hanno evidenziato i limiti di un sistema che ha progressivamente indebolito le Province senza riuscire a sostituirle con modelli altrettanto efficaci.

A suo giudizio, l’assenza di questi enti ha contribuito ad ampliare le disuguaglianze territoriali e le difficoltà operative dei piccoli Comuni. Il ritorno delle Province avrebbe però senso soltanto se accompagnato dall’attribuzione di competenze strategiche nei campi della pianificazione territoriale, della programmazione e dello sviluppo.

Il capitolo personale e il futuro degli Edr

Nella sessione pomeridiana dell’audizione il confronto si è spostato sul personale e sugli effetti organizzativi della riforma.

I sindacati hanno evidenziato la necessità di garantire continuità amministrativa e tutela dei lavoratori. La Uil ha sottolineato che il passaggio sarebbe meno problematico rispetto a quello che accompagnò la nascita delle Uti, poiché il disegno di legge definisce con maggiore chiarezza la natura dei contratti e il funzionamento degli uffici.

La Cisl ha assicurato attenzione al processo di ricollocamento dei dipendenti oggi impiegati negli Edr, mentre la Cisal ha evidenziato la necessità di chiarire che dal primo gennaio 2027 il personale trasferito diverrebbe dipendente delle Province e non più della Regione.

Direr, il sindacato dei dirigenti regionali, ha definito la riforma un passaggio di grande portata e ha chiesto adeguato supporto per il personale chiamato a gestire la fase di avvio dei nuovi enti.

La Cgil ha infine richiamato l’attenzione sul numero dei lavoratori coinvolti e sulla necessità di mantenere invariati i trattamenti economici acquisiti.

Consenso dei lavoratori al trasferimento

Nel confronto con i sindacati, alcuni consiglieri hanno posto il tema del consenso dei lavoratori al trasferimento.

Furio Honsell ha chiesto se sia possibile trasferire personale regionale a un ente locale differente, mentre Serena Pellegrino ha ipotizzato l’inserimento di una norma che consenta ai dipendenti di esprimersi sul passaggio.

Le organizzazioni sindacali hanno però escluso questa possibilità, richiamando il principio della successione automatica dei rapporti di lavoro. L’alternativa, è stato spiegato, sarebbe il ricorso agli strumenti di mobilità.

Manuela Celotti ha inoltre sollevato il rischio di un ulteriore impoverimento degli organici dei piccoli Comuni, sottolineando come il tema riguardi anche la qualità dell’organizzazione del lavoro e non soltanto gli aspetti retributivi.

Zanin e Confcooperative

A favore della riforma si è espresso anche Piero Mauro Zanin, intervenuto in rappresentanza dell’Associazione regionale dei sindaci emeriti.

Secondo Zanin la Regione ha progressivamente perso parte della propria capacità di indirizzo e sviluppo delle comunità locali e il ritorno delle Province potrebbe contribuire a colmare un vuoto lasciato dal superamento delle Uti. Ha inoltre definito “ineludibile” l’elezione diretta degli organi provinciali e ha richiamato la necessità di garantire adeguata autonomia ai territori montani.

Anche Confcooperative ha evidenziato l’importanza degli enti di area vasta come strumento per sostenere i Comuni che dispongono di minori risorse umane e tecniche. L’organizzazione ha invitato a cogliere la riforma come un’opportunità non solo amministrativa, ma anche per il sistema economico e sociale regionale, rafforzando il raccordo tra enti locali e Regione.

Un confronto ancora aperto

Le audizioni hanno mostrato come il ritorno delle Province resti uno dei temi istituzionali più discussi della legislatura. Se da un lato emerge la volontà di ricostruire un livello di governo intermedio dotato di rappresentanza politica e capacità di programmazione, dall’altro permangono interrogativi sul rapporto con gli Edr, sulla necessità di un referendum consultivo, sulla distribuzione delle competenze e sugli effetti organizzativi della riforma.

Il percorso del disegno di legge 86 proseguirà ora nelle sedi consiliari, dove maggioranza e opposizione saranno chiamate a confrontarsi su un provvedimento destinato a ridefinire l’assetto istituzionale del Friuli Venezia Giulia ad oltre un decennio dalla soppressione delle Province.

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