“All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961” nuovo romanzo di Antonio Slavich: una narrazione non solo autobiografica

Fvg – Uscirà domenica 13 maggio “All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961” il romanzo di Antonio Slavich edito dalle Edizioni Alphabeta Verlag, che sarà presentato al Salone del Libro di Torino, proprio nel giorno dell’anniversario dei 40 anni della Legge Basaglia.

Si tratta di un racconto autobiografico inedito che è una testimonianza diretta dei primissimi mesi e anni del lavoro di Basaglia a Gorizia. Il racconto si snoda, infatti, tra il 1959 il 1968 e raccoglie le prime emozioni, le paure, le incertezze e le speranze di due uomini soli che si ritrovano nel manicomio di Gorizia accomunati a un impensabile progetto di cambiamento. Il testo, scritto negli ultimi anni di vita da Slavich, è stato raccolto e curato nella sua prima versione dai figli.

All’ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961” di Antonio Slavich è il nuovo volume che va a arricchire le proposte di Collana 180 – Archivio critico della salute mentale. Un racconto quasi autobiografico che è la testimonianza dell’origine di una storia che cambierà il nostro modo di pensare alla malattia mentale.

Sarà presentato al Salone del Libro di Torino, all’interno dello stand della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (Padiglione 1 – Stand B13), domenica 13 maggio 2018 alle ore 17.30, da Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Piero Cipriano. Nello stand della Regione Fvg  sarà presente anche un corner dedicato alla storia della Legge 180 e a tutti i libri della Collana 180.

<<Il libro di Antonio Slavich è il modo che ha scelto la nostra casa editrice di ricordare questo anniversario, con la volontà di portare al grande pubblico una narrazione, tra l’altro autobiografica e in “presa diretta”, che andasse all’origine di questa storia. Una scelta che nasce anche dal desiderio di dare sempre nuovi strumenti di conoscenza e comprensione alle nuove generazioni, soprattutto quelle nate dopo il ’78>> sottolinea Aldo Mazza, direttore delle Edizioni Alphabeta Verlag che dal 2012 hanno inserito nel proprio catalogo la Collana 180 – Archivio critico della salute mentale.

Il libro ci riporta in quella Gorizia ai confini del mondo, nel cuore della guerra fredda, dove tutto cominciò. È il 16 novembre 1961 quando Franco Basaglia arriva come direttore del manicomio. Lo scenario che si presenta ai suoi occhi è un mondo di sofferenza, di violenza, di annientamento, non vi trova uomini e donne ma internati senza volto né storia. Il giovanissimo Antonio Slavich, arriva nello stesso ospedale psichiatrico pochi mesi dopo e si ritrova primo e unico aiutante del giovane Basaglia.

“Nel ’62 da Gorizia, visto con gli occhi di Franco Basaglia e dei suoi primi tre sparuti compagni, il futuro appariva oscuro, dai contorni incerti, confusi e opachi. Qualcosa bisognava pur fare affinché quel poco o tanto che sapevamo o potevamo si traducesse, davanti ai malati prima di tutto, ma anche davanti agli infermieri di buona volontà, in un’attività professionale abbastanza credibile da consentirci almeno di guardarci allo specchio senza vergogna”.

In quel deserto immobile e squallido ogni gesto irrituale, ogni piccola azione che contribuiva a scalfire almeno un po’ la superficie della piattezza istituzionale sembrava già una riforma. L’ospedale di Gorizia doveva subire una profonda mutazione, non per passare alla storia, ma per diventare anche solo appena vivibile per quei giovani che riuscivano a vedere ciò che gli altri non erano in grado di vedere.

Smuovere la realtà immutabile del manicomio, legittimare e validare le nuove pratiche messe in opera nell’Ospedale di Gorizia non sarebbe stata un’impresa facile ma da qualche parte bisognava cominciare. Franco Basaglia e il suo giovane assistente Slavich non avevano dubbi: avvicinare individualmente i malati, trovarli, ascoltarli, restituirgli un volto, costruire con loro una storia era un ineludibile un imperativo categorico. Bisognava esserci, almeno tentare. Ma come? Cosa potevano fare due uomini soli?

Bisognava agire, fare, inventarsi delle pratiche, delle piccole conquiste quotidiane per cominciare a scardinare le fredde gerarchie manicomiali. Senza avere la certezza di cosa fare e con la speranza di trovare qualcuno, medico o infermiere che fosse, che la pensasse come loro.

“Slavich si procurò una trentina di cestini di vimini col manico ad arco, che mise in mano ad altrettanti malati fra i più lenti e silenziosi con i quali avesse cercato di colloquiare. Un cestino lo tenne per sé, e tutti insieme raggiunsero lentamente – per qualche motivo, i malati tendevano a disporsi in fila indiana – il campo sassoso. Per circa un’ora, col sole o con le nuvole, i cestini si riempivano di sassi che venivano via via scaricati in una montagnola sempre più grossa ai margini del campo. […] Un lavoro interminabile – lo credo tuttora – sensato, di nessuna utilità in sé e per sé, ma provvisto se non altro di un inizio e di una fine, che marcavano in quell’ora il tempo di un movimento giornaliero che solo fuori, e con qualcuno che non fosse lì per la sola sorveglianza, poteva sfiorare quelle persone murate in se stesse”.

Assieme, Basaglia e Slavich, messa tra parentesi la malattia scoprono le persone, i loro bisogni e le loro storie. Nel corso degli anni il gruppo diventa più numeroso e sempre di più cresce in loro l’urgenza del cambiamento: aboliscono tutte le forme di contenzione, i trattamenti più crudeli e aprono le porte. I giorni vengono scanditi dalle assemblee che si succedono numerose. Da quel momento l’assemblea goriziana diventa il cuore di un movimento destinato a sconvolgere il mondo.

“Non appena si fu procurato una Cinquecento usata, Slavich trovò più sensato fare alcuni dei suoi colloqui pomeridiani altrove, anziché in reparto, invitando i pazienti del reparto C, molti dei quali su un’automobile non erano più saliti dal giorno in cui erano stati caricati sull’autoambulanza, decenni prima, specie i più silenziosi, a fare una passeggiata nella colonia agricola. Fra quei corpi grigi e in apparenza stuporosi la notizia si diffuse all’istante e molti chiedevano timidamente, al mattino, di esserne anche loro beneficiari nel pomeriggio.”

Anche il giardino, con gli alberi ai quali venivano legati gli internati fino ad allora, diventa un luogo di conversazione. L’ombra dei frondosi ciliegi giapponesi è il posto dove, in primavera e nei caldi pomeriggi estivi, l’incontro prende vita, dove la rivoluzione affonda le sue radici.

Nasce un altro modo di curare e di ascoltare: il malato e non la malattia, le storie singolari e non la diagnosi, le possibilità di vivere e di abitare la città. Gli internati diventano persone, individui, cittadini. Le resistenze delle amministrazioni pubbliche che fino a quel momento avevano sostenuto con qualche difficoltà l’esperienza della comunità terapeutica finiranno per impedire l’ulteriore sviluppo di quella storia e per richiudere tristemente i cancelli. Basaglia poco dopo ricomincerà la sua visionaria avventura a Trieste.

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