Cicerone lavora per le imprese. Ovvero: la resurrezione della lingua morta

Trieste – Lingua morta, noiosa, pesante, inutile. È il latino. Ogni tanto, nel mondo delle 3W, si risveglia  la polemica: ma il latino serve o no? A cominciare da Benedetto XVI che annuncia le dimissioni in latino e nessuno (tranne una dotta giornalista) capisce. Invece subito dopo arriva papa Francesco che pronuncia la sua prima omelia in italiano e mette il latino in soffitta.

E, dall’altra parte, le case editrici che si lambiccano i cervelli per rendere il latino più “appetibile”, servendolo su un piatto farcito di spunti motivazionali come espansioni digitali, compiti di realtà, fumetti, strumenti personalizzati, font ad alta leggibilità, video tutorial, video interattivi, video animazioni, classi virtuali, portali disciplinari, lim e dvd.

Altro che “lingua dei nostri padri”…

Il latino era roba per occhialuti sgobboni, per secchioni appiccicati alla sedia, in vena di gingillarsi con arzigogoli cervellotici. Per insegnanti con il gesso in mano e la grammatica sotto il braccio.

E invece adesso è questione di “piattaforme digitali”. Di business editoriale che si impone come routine digitale delle competenze, invece che affermarsi come studio e conoscenza critica e storica.

È quella riga in più nel curriculum che piace tanto alle moderne imprese e può fare la differenza nell’assunzione di personale qualificato in un’azienda.

Forse perché qualcuno si è accorto che il latino è un sistema multiprocessuale che piace a industria e imprenditoria. Forse perché lo studio di rosa-rosae assomiglia tanto a una palestra di multitasking (nel senso informatico del termine).

In ogni caso, l’insolito matrimonio tra lingua morta e azienda viva è celebrato sotto gli auspici di Giuseppe Bruno, general manager di Info Jobs, il portale dedicato ai giovani in cerca di occupazione e consultato dalle aziende in cerca di talenti: 6 milioni e mezzo di iscritti in cerca di lavoro, 3000 società che offrono occupazione e 1000 nuove offerte ogni giorno sono il vanto del sito e ciò che rende il suo manager una osservatore più che attendibile.

Il tutto con la benedizione della Fondazione Pirelli e l’impulso della consulta dei professori universitari di latino (Cusl), l’Ufficio scolastico regionale lombardo e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Che sia una scaltra operazione di marketing avrà la sua incidenza, ma il risultato è che lo scorso aprile ben 750 persone hanno tentato il test di Certificazione Lingua Latina (CLL) – nello stile del  “Cambridge Esol” – tra Milano, Brescia, Como, Bergamo, Mantova e Pavia. In 750 hanno raccolto il messaggio di Giuseppe Bruno: “In un mercato del lavoro molto dinamico il latino è la disciplina che per eccellenza denota capacità di ragionamento e di logica”. Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda, alla logica vi aggiunge pure la “bellezza”.

Non è un caso che l’iniziativa nasca in Lombardia, (ma da poco anche in Emilia Romagna)ovvero nella prima regione italiana per vivacità economica e reddito medio, meglio nota come uno dei “quattro motori dell’Europa”. Il che significa che fra le tre “i” (impresa, inglese, informatica) si dovrà fare spazio a una “elle”.

Non poco peso ha il fatto che nelle università Usa e inglesi lo studio del latino non sia mai stato abbandonato e, ultimamente, rinforzato. E che il latino affascini le imprese straniere.

Nondimeno il fenomeno impone alcune riflessioni sulla qualità dei test CLL per capire quale aspetto della lingua latina studiata a scuola rappresenti per le aziende un appeal degno di essere sostenuto e tonificato.

Il che equivale anche a capire quale indirizzo didattico una scuola dovrebbe adottare nel proporre agli studenti (ai loro genitori e ai detrattori del latino) una strategia (moderna) dello studio del latino. Di conseguenza questa potrebbe essere la strada per fornire una motivazione forte e una spiegazione chiara della finalità dello studio di questa lingua a chi vi si accosti per la prima volta.

In genere, tutti si è concordi nel riconoscere che il latino rappresenti il primo abbozzo di unità linguistica europea, che sia una delle ragioni identitarie, il serbatoio del patrimonio ideale greco romano, che per secoli sia stata la lingua di letterati e filosofi; ed altre speciali e irripetibili ragioni che determinano il profilo occidentale e le sue radici.

Ma i test CLL aggiungono una specificità che, evidentemente, finora era rimasta nascosta.

La prova di livello base (Vestibulum) saggia la comprensione di un testo, la conoscenza metalinguistica e lessicale in rapporto a testo e cotesto con quesiti a risposta multipla, vero/falso o a riempimento.

Le prove avanzate (Ianua e Palatium) sondano la comprensione di un autore classico, tardo antico, medioevale o moderno con gli stessi metodi del livello precedente ma articolati su criteri di stile, contenuto, grammatica e logica secondo i ritmi scolastici. Le riposte aperte, rigorosamente in latino, sono riservate a chi vuole raggiungere il massimo punteggio.

Tutte le prove prevedono misure dispensative o strumenti compensativi per chi certifichi i propri bisogni educativi speciali.

Resta da capire cos’abbia il latino per rappresentare una risorsa decisiva a determinare il peso di una preparazione per il mondo del lavoro e il buon fine di un’assunzione.

A considerare le abilità e le competenze richieste dal test CLL, quello che il latino può fornire è la capacità di affrontare, analizzare, comprendere e risolvere un problema complesso articolato in diverse fasi (almeno costruzione, comprensione e traduzione) con ordine, metodo e una dose di stile personale, di fantasia si potrebbe dire.

Partendo da un’imprescindibile serie di nozioni, regole e costrutti notevoli memorizzati (elemento comune a molte materie scolastiche e non), quello che il latinista dovrebbe essere capace di mettere in campo per risolvere il problema è un procedimento per prove ed errori, la capacità di autocorrezione e ristrutturazione del campo di esperienza (la frase o la versione), di deduzione e induzione.

Fin qui niente di eccezionale. Anzi: si nota una stretta parentela con le scienze matematiche, con la geometria, a esempio.  Ma il latino pretende e prevede qualche abilità in più che è la capacità espressiva attraverso la lingua, la conoscenza di due sistemi referenziali diversi e di sapersi muovere tra di essi in entrambe i sensi, delle regole della retorica, il possesso di un lessico che sia ben fornito ed elastico, la capacità di correlazione con altre discipline (la storia, la geografia, la filosofia, le scienze…).

Il fatto inconfutabile e paradossale è che il latino (forse) perde autonomia e guadagna notorietà grazie all’industria, a quel sistema che sembra il suo contrario. Invece di essere relegato nel limbo dell’inutilità astratta, trova un suo scopo nella realizzazione quotidiana. Si trasforma, si adatta. E poi, di conseguenza, invece di guardare solo al passato, trova una sua collocazione nel presente. Di più: nel futuro. Per non parlare del greco…

Roberto Calogiuri

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