Da Udine a Roma sulle tracce di Kandinsky, un viaggio nell’arte moderna europea
Roma – Finita la fase più rovente dell’estate, arriva un tempo favorevole per dedicarsi alle visite cittadine, magari anche solo per un fine settimana lungo. E allora perché non scegliere Roma, per dare continuità al percorso artistico che si è concluso da poco a Udine, dove si è tenuta a Casa Cavazzini fino al 30 agosto scorso l’esposizione “Impressionismo e modernità. Capolavori dal Kunst Museum Winterthur”: proprio A Roma è stata inaugurata lo scorso 15 settembre a Palazzo Bonaparte, nella centralissima piazza Venezia, una mostra dedicata a Vassily Kandinsky.
In una possibile tre giorni romana non è possibile sfuggire al caos creativo dei cantieri della metropolitana “C”. Se avete presente la piazza Venezia seria e compita che accompagna le cerimonie ufficiali presso il monumento al Milite Ignoto, potete dimenticarla. L’intero piazzale – dove in altri tempi c’era un giardino, munito, per le feste, di un enorme albero di Natale – è oggi un gigantesco cantiere, che non ha nulla da invidiare a quelli della terza corsia dell’A4, anzi.
Entrare a Palazzo Bonaparte, affacciato sulla piazza, vuol dire lasciarsi alle spalle, almeno per qualche ora, il delirio cittadino. Intanto perché le grosse mura annullano il fracasso delle gigantesche scavatrici, ma anche perché nelle sale del palazzo si snoda un fascinoso viaggio nel tempo, attraverso la vita e la ricerca artistica di Vassily Kandinsky, dagli esordi figurativi al progressivo percorso verso l’astrazione, passando per Monaco, la Russia rivoluzionaria, il Bauhaus e gli ultimi anni a Parigi.
La mostra, aperta sino al 14 febbraio 2027, riunisce oltre settanta opere provenienti soprattutto dal Centre Pompidou di Parigi, che conserva il più importante nucleo di lavori dell’artista grazie anche al lascito della terza moglie dell’artista, Nina Kandinsky. Curata da Angela Lampe, l’esposizione è articolata in cinque sezioni e comprende. oltre alle opere, documenti, fotografie, lettere, oggetti personali e materiali della Bibliothèque Kandinsky.
Una delle sezioni più interessanti è quella riservata a Gabriele Münter, artista tedesca e compagna di Kandinsky per oltre un decennio, figura importante nell’ambiente del Blaue Reiter e a lungo oscurata dalla fama del partner.
Münter aveva incontrato Kandinsky nel 1902, quando era sua allieva alla scuola d’arte Phalanx di Monaco. Dal 1903 i due formarono una coppia nella vita e nel lavoro e viaggiarono a lungo in Europa e nel Nord Africa. Nel 1908 tornarono stabilmente a Monaco e si stabilirono nella tranquilla cittadina di Murnau, che sarebbe diventata uno dei luoghi fondamentali della loro ricerca. Nel 1909 Münter e Kandinsky entrarono nella Neue Künstlervereinigung München e nel 1911 ne uscirono insieme ad altri artisti per dare vita al Blaue Reiter.
La mostra romana permette di apprezzare l’opera della pittrice, presente qui con alcune tele. Non è dunque soltanto la compagna di Kandinsky, ma un’artista con un proprio linguaggio, riconoscibile per la semplificazione delle forme, i contrasti cromatici e una particolare capacità di sintesi.
È anche uno dei motivi per cui la visita a Palazzo Bonaparte può essere letta come qualcosa di più di una celebrazione del padre dell’astrattismo. Le opere di Münter riportano infatti il visitatore dentro quella comunità artistica nella quale l’astrazione non nacque come un gesto isolato, ma attraverso un intenso confronto fra pittori, idee, musica, spiritualità e nuove forme di rappresentazione.
Giungendo dal Friuli Venezia Giulia il collegamento con l’evento romano è particolarmente interessante. Kandinsky è stato uno dei protagonisti della grande mostra di Casa Cavazzini che citavo all’inizio. La rassegna ha portato a Udine oltre 80 opere dell’arte moderna europea, tra cui tele di Van Gogh, Monet, Picasso, Mondrian, Magritte, Klee, de Chirico e, appunto, Kandinsky.
Per chi l’avesse visitata, il legame è intrigante perché permette di osservare lo stesso artista da due prospettive differenti. A Casa Cavazzini Kandinsky era inserito nel grande percorso della modernità europea, accanto agli artisti che hanno accompagnato la trasformazione della pittura fra Ottocento e Novecento. A Palazzo Bonaparte è invece protagonista di una vicenda personale e artistica più ampia, seguita dalle prime esperienze figurative fino agli anni del Bauhaus e alla maturità parigina.
È un piccolo itinerario ideale che collega due città e due mostre, e che può essere seguito anche a posteriori: chi ha visto Kandinsky a Udine può ritrovarne a Roma la traiettoria artistica complessiva.
C’è poi un’altra ragione, molto attuale, per soffermarsi sul passaggio dedicato alla scuola Bauhaus. Kandinsky vi insegnò dal 1922 fino alla chiusura forzata avvenuta nel 1933. La mostra romana ricostruisce anche questa fase della sua attività, quando la riflessione su forma, colore e composizione si confrontò con una delle esperienze più importanti della cultura europea del Novecento.
Il Bauhaus fu costretto a chiudere nel 1933 sotto la pressione del nazismo. Le ampie didascalie della mostra ricordano che molti dei suoi protagonisti emigrarono successivamente in altri Paesi, contribuendo alla diffusione internazionale delle idee della scuola.
La vicenda non appartiene però soltanto ai libri di storia. Negli ultimi anni il Bauhaus è tornato al centro di un conflitto politico-culturale in Germania. In particolare, esponenti dell’AfD in Sassonia-Anhalt hanno definito il Bauhaus un “Irrweg der Moderne”, cioè una sorta di “errore della modernità”, e hanno contestato il rilievo attribuito alla scuola nella politica culturale regionale.
Il contesto storico e politico è chiaramente diverso, ma il dato storico è che il nazismo perseguitò il Bauhaus e ne impose la chiusura e ancora oggi esponenti dell’AfD contestano pubblicamente alcuni aspetti della sua eredità culturale. È proprio il ritorno, in forme e contesti diversi, di un confronto politico sulla modernità a rendere la storia del Bauhaus attuale e interessante.
In questa vicenda Kandinsky occupa un posto particolare. La sua pittura, nata dalla progressiva liberazione del colore e della forma dalla rappresentazione del mondo reale, è diventata una delle immagini più riconoscibili della modernità europea.
Usciti dalla mostra, vale la pena di soffermarsi sui lavori in corso per rendere la zona della piazza e dei Fori Imperiali non solo una avveniristica stazione della metropolitana, ma anche un percorso che permetterà – una volta concluso – di apprezzare e comprendere le stratificazioni della nostra capitale. Un suggerimento in tal senso: entrate nelle nuove stazioni metro, B e C del Colosseo, C ed A di San Giovanni, C di Porta Metronia: sono degli autentici musei archeologici verticali che vi faranno inabissare nei millenni.
Bistrattata e vituperata specialmente alle nostre latitudini, tuttavia Roma come una favola ha una morale da impartire, e qui mi ricollego alla storia del Bauhaus. Le epoche possono distruggere, annientare, depredare e poi ricostruire; solo convivendo con un eterno cantiere aperto una città, una cultura, un Paese (un’autostrada…), restano vivi, vitali, usabili.


