Ksenija, l’opera romantica fra Carso e Impero

Melomani curiosi e cultori dell’arte lirica hanno potuto respirare, anche se per poco, i profumi sonori della mitteleuropa al Teatro Stabile Sloveno di Trieste nel primo freddo pomeriggio domenicale di questo novembre. E’ andata in scena, infatti, “Ksenija”, opera lirica di Viktor Parma, compositore triestino che la cultura del passato aveva reso illustre in tutto il territorio dell’impero, mentre il presente ha quasi completamente cancellato dalla memoria collettiva.
Parma è un musicista sloveno che studiò a Vienna con il grande maestro Anton Brukner. Ispirato a differenti modelli compositivi, la sua ricerca si indirizzò ben presto nel costruire una vera e propria “scuola nazionale slovena” sull’esempio del croato Ivan Zajc. Operette, sonate, lieder… i lavori del nostro spaziarono in diverse direzioni, ma di certo è da considerarsi il vero padre dell’opera slovena. Fra tutte, “Ksenija” è la sua, per così dire, secondo genita, nata nel 1897, la cui partitura è generosa di deliziose arie tardoromantiche e motivi cantabili che affondano le radici nella tradizione della musica popolare slovena.
Il libretto, di Fran Goestel, scrittore sloveno di Graz, è scarno e la trama rimane involuta, malgrado la revisione delle liriche del più famoso drammaturgo Anton Funtek fatta per il Parma. Ciò non toglie che gli ingredienti romantici sono bene presenti nel brevissimo racconto d’amore fra la giovane Ksenija e il disperato Aleksij, fattosi monaco perché il loro amore era stato proibito. Il destino fa reincontrare i due novelli Giulietta e Romeo alle porte del convento dove la ragazza si è recata per chiedere asilo e così fuggire ad un ignoto cavaliere che ha intenzione di rapirla e farla sua. Il caso vuole si tratti proprio del fratello di Aleksij. Un duello inevitabile e la fine della protagonista che preferisce la propria morte al veder cadere il suo amato, chiudono repentinamente il sipario sulla vicenda.
Sul palco i solisti e il coro del Teatro nazionale dell’Opera di Lubiana; nella fossa, l’orchestra dell’Opera e sul podio Marko Hribernik. Manfred Schweigkofler ne ha curato la regia, in una messa in scena piuttosto ingenua e non particolarmente esaltante della breve opera cui è seguita la rappresentazione dei “Carmina Burana” di Carl Orff, in un azzardato accostamento che cerca un  file rouge nel tema di un destino alterno, capace di legare e disgregare, che guida cieco amanti e cavalieri.
Pur con alcuni limiti nella sua realizzazione, il pubblico ha accolto con grande entusiasmo la rappresentazione triestina in epoca moderna ell’affascinante “Ksenija”. Sì, perché si tratta di un titolo raro: se già la fine dell’Impero austro-ungarico aveva relegato le opere del compositore al solo ambito sloveno, la politica yugoslava del secondo dopoguerra pose Viktor Parma sotto un velo di oblio. I suoi lavori furno stigmatizzati come reazionari oltre confine, mentre teatri e pubblico italiani, compresi quelli della nostra regione, lo continuarono a snobbare.
Consideriamolo dunque un buon inizio: con l’augurio che nei nostri teatri vi possano essere sempre più occasioni per conoscere e approfondire il genio musicale di questo dimenticato compositore, senza nostagici ripensamenti, senza inutili pregiudizi.
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