Lo stereotipo del tradimento: al Teatro Sloveno di Trieste il “Giuda” di Lot Vekemans

Trieste – È dal 1970 che il musical di Webber con i versi di Tim Rice, divenuto cult, è ormai una vera e propria icona pop della figura del dodicesimo apostolo, un Giuda che deve fare i conti con una popolarità costata un caro prezzo, quello di essere lo stereotipo stesso del tradimento e della malvagità.

E mentre il New York Times ne celebra il mito musicale, recensendo l’ultimo magnifica produzione BBC del «Jesus Christ Superstar in concert» nata fra le magiche dita di David Leveaux a Brooklyn in occasione della Pasqua di qualche settimana fa, al Teatro Stabile Sloveno di Trieste debutta la pièce per attore solo della drammaturga olandese Lot Vekemans.

Va detto che in questi mesi si presenta decisamente in gran forma il TTS guidato da Igor Pison che ha firmato anche la regia di quest’ultimo lavoro. A marzo si è potuta gustare la preziosa coproduzione con altri quattro importanti teatri europei dei pirandelliani giganti della montagna, per la regia di Paolo Magelli, ricca di coinvolgenti emozioni, capace di stupire e brillare. È seguita a ruota la fresca, divertente, applauditissima «Bisbetica domata» diretta dal giovanissimo Juš A. Zidar, ancora in programmazione e di nuovo lo stabile sloveno incassa un nuovo meritato successo.

«Giuda» è il nome protagonista del pezzo teatrale ed è anche il nome dell’uomo che racconta la propria storia. Più dell’uomo sembra davvero che il nome la debba far da padrone, ma poi appare il corpo, la parola, l’anima. E il personaggio si sovrappone al suo nome.

L’uomo è interpretato da Primož Forte, con energia, profondità e leggerezza allo stesso tempo, è capace di essere quasi caleidoscopico, come per riprodurre le differenti sfaccettature, per certi versi contraddittorie, con cui appare il ritratto dell’Iscariota.

«Non cercate di capirmi» ripete Giuda al pubblico con il quale stringe da subito un patto chiaro e unilaterale: il suo racconto è la verità. Ma «cos’è la verità?». E le parole dell’apostolo reietto scavalcano quelle del Maestro, anzi con questa domanda egli si appropria delle parole di Gesù, le fa sue, le reinterpreta, scoprendo se stesso attraverso un dubbio esistenziale.

Tale dubbio supera in profondità e ampiezza il dubbio di cartesiana memoria, velatamente citato, e pone le premesse di un inestricabile labirinto di riflessioni dove è quasi impossibile distinguere la verità dell’esperienza che ci appare inconfutabile, scontata, costruita sulla testimonianza dei nostri sensi e sulla fiducia nella realtà, da quella debole, inconsistente certezza che la fede afferma con violenza inaudita. Così l’apostolo diventa maestro e il Maestro diviene solo l’occasione perché l’apostolo possa indossare il ruolo della vera ostia sacrificale.

In questo modo sulla strada che egli ripercorre e che diventa la tavola della vita, il pane dell’Ultima Cena è solo farina che scivola fra le dita di una commovente narrazione e le mani sporche di tradimento dell’amico, si lordano del proprio sangue come di vittima predestinata.

Tornano in mente le parole di omelie dei Padri della Chiesa ben note ai teologi, che l’autrice ricuce in un linguaggio contemporaneo e diretto.

Brevi costrutti, come brevi sono i pensieri che si rincorrono in quest’uomo che vorrebbe ancora una volta riabilitare il proprio nome, così come il Giuda di Tim Rice che lontano dall’essere il gretto traditore per denaro della letteratura apocrifa altomedievale, addita Gesù come unico responsabile della propria condanna e se stesso come pedina di una scacchiera nella quale ineluttabilmente gioca un ruolo fondamentale.

È Giuda il salvatore, in fondo, se sui muri si scrivono i nomi dei vincitori e non dei vinti.

Piacevole riflessione sulla vita e sullo spirito, un grande tema che ancora una volta il teatro riesce a dipingere con una semplice, lieve pennellata.

Lo spettacolo è in scena con i sopratitoli in lingua italiana fino al 6 maggio prossimo.

www.teaterssg.com

 

Marzio Serbo

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