Fura, innovazione come propria bandiera

Esistono spettacoli che rivestono un ruolo speciale nel panorama delle tante proposte culturali, alcuni per la grande maestria di interpreti d’eccezione, altri per un’innovativa drammaturgia. In certuni casi è la musica che vince, in altri il testo, spesso la regia.

Vi sono, insomma, spettacoli nati per rimanere scolpiti nella memoria emotiva del pubblico e la nuova produzione della Fura dels Baus sembra proprio appartenere a tale stirpe.

Una formazione catalana che ha scritto la storia del teatro contemporaneo negli ultimi cinquant’anni, la Fura è una comunità artistica che ha fatto dell’innovazione la propria bandiera. Fedele alla propria idea di ripensare lo spazio scenico e il rapporto con il pubblico, tutti gli spettacoli proposti sotto la loro direzione si riconoscono per un uso sapiente di tecnologie e sperimentazioni che mai tolgono spessore a quello stupore genuino che deve rimanere la filigrana  di ogni azione teatrale.

Andando indietro con la memoria, forse qualcuno dei lettori ricorderà di essere stato presente al capannone Zau di Udine nell’ormai lontano 1997, quando il CSS fece conoscere per la prima volta la Fura nella nostra regione. Da allora, la compagine catalana si è cimentata in generi differenti, regie d’opera, teatro classico, macrospettacoli, cinema.

Il 26 e 27 giugno, in occasione della settantunesima edizione del “Festival Ljubljana”, è stato presentato in prima mondiale «To be or not to be» nella capitale slovena, una rilettura dell’archetipo shakespiriano messo a confronto con le paure e gli orrori che abitano lo spirito dell’umanità di oggi.

Un uomo e una donna, Amleto ed Ofelia, che avvinghiati ai corpi o alle anime di altri uomini e altre donne, cercano di fuggire l’idea della morte, affidandosi all’ingenua speranza di poter rinascere in un mondo dove la plastica non è più arma di violenza, dove basta gridare al vento “non morirò più”, per non annegare nei propri tormenti interiori.

E i corpi volano agganciati a funi, alti sopra le teste degli spettatori. Mentre Ofelia affonda nell’acqua trasparente della disperazione, Amleto rientra come nella placenta, per riconquistare la vita che si vede scivolare fra le mani, dopo aver lottato contro se stesso, in cerca della propria identità.

Questo nostro tempo, nel quale uomini e donne continuano a rinascere da quello stesso fango che antichi miti ancestrali hanno posto alle nostre origini, non concede più alla terra di essere pulita, all’aria di non essere contaminata dalle radiazioni. E così l’umanità rimane in silenzio, priva di ogni possibile soddisfacente risposta.

Si tratta di uno spettacolo immersivo, che riporta il pubblico nel cuore stesso del progetto originale, primo, della Fura dels Baus, quello che sposta l’attenzione dello spettatore dal distaccato sguardo estetico, verso se stesso e il mondo in cui vive.

Ottimi gli interpreti, attori e acrobati ad un tempo, capaci di essere trasparenze credibili di emozioni. Davvero eccezionale il progetto registico che ha permesso alla tecnologia delle proiezioni video di altissima qualità di interfacciarsi in modo sorprendentemente efficace con le riprese live di quanto accade, avvolgendo di continuo il pubblico con pareti animate che non sono meno protagoniste degli stessi personaggi in azione. Un equilibrio sapiente che amplifica la forza emotiva della comunicazione, simile ad un flusso di coscienza, che sembra condurre fra i meandri di un mondo onirico, ma che invece catapulta lo spettatore dritto al centro della sua cruda quotidianità.

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