Invalsi, novità e meno libertà a scuola

Trieste – Novità significative sulle prove Invalsi per l’anno scolastico in corso.

Alla fine delle elementari si aggiungerà, a italiano e matematica, una prova di lingua inglese. Al quinto anno delle superiori (o al quarto come condizione per l’ammissione all’esame di stato) si introdurrà una rilevazione delle “competenze” per italiano, matematica e inglese.

Ma il cambiamento più rilevante riguarderà la conclusione del primo ciclo di istruzione, ovvero gli esami di terza media per i quali il ministero traccia una sottile distinzione. Sottile ma sostanziale. Coercitiva a considerarne le indicazioni che fornisce.

Non è un mistero che le prove Invalsi non godono di grande popolarità. Qui il servizio sull’accoglienza dei test nello scorso maggio.

Non pochi genitori si oppongono a che i figli siano misurati da criteri di giudizio che assomigliano più a quiz che a verifiche di assimilazione e apprendiimento di conoscenze. o che siano indagati dall’intrusivo “questionario dello studente”. Non pochi alunni delle superiori protestano e si fanno beffe, in rete, dei quesiti.

E quindi, laddove le prove invalsi potevano venivano disertate, il ministero ha emanato un decreto ministeriale e ha ribadito in una nota che queste prove si svolgeranno in aprile (e non più a maggio) e saranno requisito indispensabile per l’ammissione all’esame di fine ciclo.

Vale a dire che se un genitore non gradisce che il proprio figlio si faccia  “testare” dal sistema Invalsi, l’alunno non potrà sostenere l’esame e quindi non sarà promosso al ciclo successivo.

Quindi la partecipazione diviene limitativa delle libera volontà di adesione.

Ma a chi fa comodo il sistema che regge le prove Invalsi?

Riproponiamo alcune considerazioni di qualche anno fa che, alla luce delle nuove indicazioni, sono ancora attuali e destano sempre più preoccupazione per chi ritiene che l’ istruzione in Italia subisca una deriva neoliberista e privatistica.

Come ogni anno da qualche anno, nelle scuole di ogni ordine e grado, a metà maggio rifiorisce la prova Invalsi. E si rianimano le polemiche e le proteste di studenti, genitori e insegnanti verso l’”Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione”, i suoi metodi e i suoi intenti.

In molti hanno boicottato la somministrazione della prova e alcuni sondaggi di parte indicano che uno studente su tre ha messo i bastoni tra gli ingranaggi della verifica. Ma quest’anno la rete è stata invasa dalle fotografie fatte dagli studenti alle risposte date al proprio test. Risposte doppiamente ironiche, beffarde e sarcastiche, perché l’uso dei cellulari era severamente proibito.

Di più: quest’anno anche la disposizione dei banchi è stata studiata a quinconce, in modo che ogni alunno non avesse vicino a sé nessuno con le stesse domande, nessuno da cui, al caso, potersi far suggerire la risposta giusta. Le hanno studiate tutte.

Stratagemma eluso. Oltre ad aver cancellato il codice a barre per non essere identificati (il test “dovrebbe” essere anonimo) – dato che il questionario dello studente chiede informazioni personali e familiari -, i ragazzi scherzano sul tenore delle domande. Dicono che sono troppo semplici, dicono che è un insulto alla loro intelligenza. (Anche se i genitori dicono che, alle scuole primarie, risultano stressanti).

E lo è. È sufficiente dare un’occhiata al sito Invalsi per rendersene conto. Eppure c’è poco da ridere.

Perché dietro a domande spesso banali e prevedibili, c’è un disegno preciso e per nulla rassicurante per il futuro della scuola e della cultura.

Dice Chris Hedges: “Il superamento di test a scelta multipla celebra e premia una forma peculiare di intelligenza (…) apprezzata dai gestori e dalle imprese finanziarie (…) Questi test creano uomini e donne che sanno leggere e far di conto quanto basta per occupare posti di lavoro relativi a servizi e funzioni elementari (…) premiano chi rispetta le regole, memorizza le formule e mostra deferenza verso l’autorità.”

C’è da preoccuparsi a pensare che dai risultati Invalsi si voglia far dipendere la carriera degli insegnanti e i finanziamenti alle scuole.

C’è da preoccuparsi a pensare che dai test Invalsi dipenderà l’articolazione dei programmi scolastici e i mezzi per attuarli.C’è da preoccuparsi a pensare che dalla scuola riformata e ricalibrata attorno all’Invalsi, e quindi al passaggio dalla prevalenza dei contenuti al dominio dei metodi, dalle conoscenze alle competenze, usciranno “buoni consumatori in questa società tecnologica” (sostiene Roberto Renzetti).

Infatti, a ben considerare quanto dicono pedagoghi, psicologi e sociologi, i test Invalsi mettono da parte la “conoscenza” (quella che diventa coscienza critica e quindi originalità individuale e crescita culturale) e valorizzano la “competenza” standardizzata, che determina un sapere elementare e immediatamente fruibile nei mercati. In altre parole creano buoni acquirenti e buoni esecutori.

Allora viene da porsi la solita domanda: a chi fa comodo tutto questo?

Una possibilità è la seguente: nel 1989, preoccupata dallo scarso sviluppo economico, la Tavola Rotonda Europea degli Industriali si accorge che l’istruzione e la formazione sono investimenti strategici vitali per il successo dell’impresa e dell’industria europea. Aggiunge che gli insegnanti non capiscono i bisogni dell’industria e hanno scarsa competenza in materia di economia, affari e profitto.

È il momento in cui anche l’OCSE, pressata dalla recessione incipiente, comincia a considerare l’istruzione e la formazione come un settore cruciale di spinta allo sviluppo economico e inizia a svolgere ricognizioni e indagini comparative sulla scuola.

Ne deriva che la scuola non può rimanere in mano a incompetenti in fatto di alta strategia finanziaria (come gli insegnanti) se si vuole recuperare il ritardo della produzione e dei consumi nei confronti degli USA. Quindi inizia una pressione verso l’Unione Europea per condurre la scuola e il suo potenziale formativo nell’alveo dell’industria.

Attraverso Maastricht nel 1992, il “Libro bianco” della UE nel 1993, le ulteriori spinte della Tavola Rotonda nel ’95 e ’97, il vertice di Lisbona del 2000 e i documenti delle Commissioni UE del 2003 (etc. etc.) si delinea il percorso (dimostrabile) che conduce alla nascita dell’Invalsi che ha lo scopo di produrre, in Italia, le famose prove OCSE-PISA.

Il resto è noto e ci riconduce all’inizio, anche se ci sarebbe molto altro da dire.

Considerato che l’Invalsi è diventato obbligatorio con il Decreto semplificazioni del governo Monti, viene da chiedersi se sia finita, o stia per finire, l’epoca della scuola che raccoglie l’esperienza, la cultura e il retaggio e l’attegiamnto della tradizione umanistica e rinascimentale.

Un’ultima cosa: per chi non lo sapesse, la Tavola Rotonda Europea degli Industriali è un forum il cui attuale presidente è Leif Johansonn, a.d. della Eriksonn, che guida circa cinquanta tra presidenti o amministratori delegati delle principali multinazionali, come Vodafone, Tyssen Krupp, BP, Nestlè e via dicendo. Insieme, hanno un fatturato di circa 1.300 miliardi di euro all’anno e ne investono 51 in ricerca e sviluppo. Saranno troppi?

Roberto Calogiuri

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