Medici di famiglia nelle Case di comunità entro ottobre: definito un accordo in FVG dopo mesi di contrattazioni
Trieste – I medici di famiglia del Friuli Venezia Giulia dovrebbero iniziare ad operare nelle Case di comunità entro ottobre. È l’intesa individuata ieri, 1° settembre, a Trieste tra l’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi e i sindacati dei medici, al termine di un confronto durato mesi sull’applicazione in regione del nuovo accordo nazionale.
I dettagli organizzativi dovranno essere definiti nelle prossime settimane.
Il percorso prevede innanzitutto il calcolo del fabbisogno di ciascuna struttura. Sulla base delle ore necessarie, si procederà secondo un ordine di priorità: prima saranno utilizzati i medici che hanno già un incarico orario; poi, se resterà un fabbisogno da coprire, saranno coinvolti i medici di medicina generale con meno di 1.500 assistiti e solo successivamente quelli che hanno raggiunto i 1.500 pazienti. Riccardi ha parlato di un «segnale importante e di disponibilità», mentre dai sindacati è stato sottolineato il «clima collaborativo».
La contrattazione era iniziata a giugno, quando a livello nazionale era stato modificato l’Accordo collettivo nazionale della medicina generale per disciplinare la presenza dei medici nelle Case di comunità.
L’accordo collettivo nazionale (ACN) e la normativa regionale
Il nuovo Accordo collettivo nazionale (ACN), ratificato il 26 giugno, ha introdotto la possibilità di destinare fino a sei ore settimanali di attività dei medici di medicina generale alle Case di comunità, nella fascia diurna feriale.
L’intesa nazionale è stata sottoscritta dalla Federazione italiana medici di medicina generale (FIMMG) e dalla Federazione medici territoriali (FMT), mentre il Sindacato medici italiani (SMI) e il Sindacato nazionale autonomo medici italiani (SNAMI) non l’avevano firmata. Il compenso previsto per l’attività è di 38,72 euro l’ora.
L’applicazione dell’accordo ha aperto in Friuli Venezia Giulia una serie di questioni, soprattutto per una regione caratterizzata dalla carenza di medici e dalla presenza di numerosi professionisti con liste di assistiti molto ampie. La questione più critica riguarda i cosiddetti massimalisti, cioè i medici che hanno già raggiunto 1.500 pazienti.
Un passaggio decisivo è arrivato il 30 luglio, quando le Regioni hanno discusso con la Struttura interregionale sanitari convenzionati (SISAC), organismo deputato alla contrattazione con la medicina convenzionata, alcuni quesiti sull’applicazione del nuovo ACN.
La Direzione centrale Salute, politiche sociali e disabilità del Friuli Venezia Giulia ha quindi trasmesso alle Aziende sanitarie regionali il documento con i chiarimenti della SISAC. La comunicazione precisa che le indicazioni fornite devono essere considerate prevalenti e integrative rispetto alla precedente normativa regionale in materia.
Il documento chiarisce innanzitutto che le disposizioni relative alla copertura del fabbisogno di medici del ruolo unico di assistenza primaria (RUAP) riguardano le Case di comunità finanziate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Ma soprattutto stabilisce che il nuovo comma 6 dell’articolo 31 dell’ACN riguarda tutti i medici che non hanno accettato il passaggio al ruolo unico, compresi i massimalisti.
La SISAC ha inoltre definito l’ordine con cui dovrà essere coperto il fabbisogno orario.
Il primo livello è costituito dal personale convenzionato che già opera con attività oraria: tra questi i titolari di incarichi a tempo indeterminato di continuità assistenziale e i medici con incarichi conferiti dal 1° gennaio 2025 soggetti alla modulazione dell’attività oraria prevista dal nuovo ACN.
Se rimane un fabbisogno, le ore vengono poi ripartite tra i medici a ciclo di scelta appartenenti alle Aggregazioni funzionali territoriali (AFT) che fanno riferimento alla Casa di comunità. La quota assegnata a ciascun medico è obbligatoria, viene determinata in base alle esigenze della struttura e non può superare le sei ore settimanali.
Il documento precisa però un elemento importante: sei ore sono il limite massimo individuale, non un numero di ore automaticamente dovuto a ogni medico. Il compenso è fissato in 38,72 euro per ogni ora di attività.
Solo dopo questa fase può essere richiesta, su base volontaria, un’attività di almeno quattro ore settimanali ai medici già titolari di incarico a tempo indeterminato a ciclo di scelta o su base oraria.
In caso di ulteriore fabbisogno non coperto, le Aziende possono infine ricorrere, in via residuale ed eccezionale, a incarichi a tempo determinato per l’attività oraria.
Le contestazioni dei sindacati
È proprio su questo punto che era emersa una delle principali discrepanze tra l’impostazione dell’accordo nazionale e le posizioni di alcune organizzazioni sindacali.
La SISAC ha chiarito che l’attuazione delle disposizioni dell’ACN non necessita di ulteriori accordi decentrati o concertazioni con le organizzazioni sindacali, perché si tratta di determinazioni organizzative attribuite direttamente alle Aziende sanitarie. Restano comunque gli obblighi di informazione e le funzioni dei Comitati regionale e aziendali previsti dall’Accordo nazionale.
È una precisazione che ha alimentato le critiche dello SNAMI, che già nelle settimane precedenti aveva contestato l’applicazione dell’accordo senza un confronto territoriale.
Il confronto era diventato particolarmente acceso negli ultimi giorni di agosto. L’Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale (ASUFC) aveva tentato di applicare già da settembre le nuove disposizioni nei distretti di Tarcento e Cividale. Nel Tarcentino, alcuni medici di medicina generale avevano contestato la predisposizione di turni nelle Case di comunità senza un precedente confronto con loro.
Contemporaneamente, la FIMMG aveva avanzato una proposta diversa sul piano organizzativo: portare, dove possibile, gli studi dei medici di famiglia all’interno delle Case di comunità, in modo da integrare l’attività dei professionisti con quella delle strutture territoriali. Il problema indicato dal sindacato era la carenza di medici, con liste di assistiti che in alcuni casi arrivano a 1.800 pazienti.
Il confronto del 1° settembre tra Regione e organizzazioni sindacali ha consentito di individuare una linea comune sull’avvio dell’attività entro ottobre, rinviando la definizione dei dettagli operativi ai prossimi passaggi.
L’intesa raggiunta ieri fissa dunque l’obiettivo temporale: i medici di famiglia dovranno iniziare a operare nelle Case di comunità entro ottobre. Il passaggio successivo sarà la traduzione dell’accordo nei fabbisogni delle singole strutture e nei relativi turni.
Dopo mesi di confronto, il nodo resta quindi su come distribuire le ore tra i diversi professionisti, in quali strutture e sulla base di quale fabbisogno, tenendo insieme le disposizioni dell’ACN nazionale e le caratteristiche della medicina generale in Friuli Venezia Giulia.

