Laureati introvabili, il Friuli Venezia Giulia è tra le regioni più in difficoltà. A Trieste la domanda più alta
FVG – Il Friuli Venezia Giulia è tra le regioni italiane in cui le imprese incontrano maggiori difficoltà nel trovare lavoratori con una laurea. Nel trimestre settembre-novembre 2026 la quota delle assunzioni programmate per le quali il reperimento di candidati con istruzione universitaria risulta difficile raggiunge il 60%. Una percentuale che colloca la regione al terzo posto nella graduatoria nazionale, alle spalle della Valle d’Aosta, con il 64,8%, e del Trentino-Alto Adige, con il 64,5%.
Il dato emerge dal rapporto 2026 “Il valore della formazione universitaria e le nuove sfide del lavoro”, pubblicato in questi giorni dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. L’analisi, basata sulle previsioni Unioncamere-Excelsior, restituisce un quadro nel quale la crescita della domanda di competenze qualificate non trova sempre una risposta adeguata nell’offerta di laureati. E il Friuli Venezia Giulia rappresenta uno dei casi più evidenti di questo disallineamento.
Nel trimestre preso in esame le imprese regionali programmano 10.690 ingressi, 1.310 dei quali destinati a persone con un titolo universitario. Le assunzioni di laureati rappresentano il 12,3% del totale. Il vicino Veneto si attesta al 12,8%, ma registra una difficoltà di reperimento inferiore, pari al 54,5%. Il confronto mostra come la presenza di una domanda relativamente consistente non spieghi da sola le difficoltà delle aziende: conta anche la disponibilità dei profili richiesti e la corrispondenza tra formazione e specializzazioni ricercate.
La graduatoria regionale conferma questa particolarità. In Lombardia, dove i laureati rappresentano il 22% delle entrate programmate, la difficoltà di reperimento si ferma al 45,8%. Nel Lazio, con una quota di assunzioni universitarie del 19,6%, scende al 38,9%. Anche in Sicilia e Campania, dove la domanda di laureati supera il 18%, le imprese incontrano meno problemi rispetto al Friuli Venezia Giulia: rispettivamente il 28,9% e il 34,7%.
La Fondazione Studi richiama, tra i fattori che incidono sul fenomeno, la struttura dei sistemi produttivi, la presenza e la specializzazione degli atenei, la mobilità dei laureati e la capacità dei territori di offrire opportunità professionali attrattive. Nei mercati del lavoro di dimensioni più contenute può risultare più difficile disporre localmente di tutte le specializzazioni richieste. La vicinanza tra università e imprese, da sola, non garantisce infatti un incontro efficace tra domanda e offerta.
La domanda nelle province
La distribuzione provinciale delle assunzioni previste nel 2025 mette in evidenza differenze significative all’interno della stessa regione. In Friuli Venezia Giulia, su 116.910 ingressi programmati dalle imprese, il 9,5% richiede una laurea. La media nazionale è dell’11,6%.
Trieste presenta la quota più alta, con l’11,9% delle entrate destinate a persone con istruzione universitaria. Il dato supera anche la media italiana e riflette un mercato del lavoro nel quale le competenze di livello universitario hanno un peso relativamente maggiore. A Udine la percentuale è del 9,9%, mentre Pordenone si attesta all’8,9%. Gorizia registra il valore più basso, con il 5,8%.
Le differenze riguardano anche la composizione complessiva delle assunzioni. A Udine, su 49.580 ingressi previsti nel 2025, il 46,7% richiede una qualifica o un diploma professionale e il 18,6% un titolo di istruzione secondaria. A Pordenone, dove le entrate programmate sono 28.420, la quota riferita alle qualifiche professionali raggiunge il 44,1%. A Gorizia, su 17.090 assunzioni previste, il 46% riguarda profili con qualifica o diploma professionale. Trieste, con 21.820 ingressi programmati, presenta invece una quota di assunzioni per laureati dell’11,9% e una domanda di istruzione secondaria pari al 26,2%.
Le competenze più richieste e quelle in eccesso
Il problema del disallineamento non riguarda soltanto la geografia. A livello nazionale, le imprese programmano per il 2025 oltre 673 mila ingressi per i quali è richiesto un titolo universitario, il 14% in più rispetto al 2019. Nello stesso periodo la quota delle assunzioni difficili da coprire sale dal 35,2% al 50,9%. Più di una posizione su due, dunque, presenta problemi di reperimento.
Le difficoltà più elevate riguardano alcuni indirizzi tecnico-scientifici e sanitari. Per i laureati in ambito chimico-farmaceutico la percentuale raggiunge il 72,8%; per le professioni sanitarie e paramediche il 70,8%. Seguono l’indirizzo medico-odontoiatrico, con il 67,2%, ingegneria industriale, con il 65,7%, e ingegneria elettronica e dell’informazione, con il 63,8%. Per matematici, fisici e informatici la quota è del 62,5%.
All’estremo opposto si collocano gli indirizzi umanistici, filosofici, storici e artistici, per i quali la difficoltà di reperimento si ferma al 37,6%. Anche gli indirizzi giuridici, politico-sociali ed economici registrano percentuali inferiori alla media, rispettivamente del 38,7%, 39,3% e 40,4%.
La diversa domanda si riflette nei tempi di ingresso nel mondo del lavoro. Secondo i dati riportati dalla Fondazione Studi, il tasso di occupazione dei laureati tra i 30 e i 34 anni nel 2024 varia dal 77,9% dell’area umanistica e dei servizi all’88,9% dell’area STEM, che comprende scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. Nei percorsi giuridici e psicologici, inoltre, l’inserimento può richiedere più tempo anche per la necessità di tirocini, praticantati e ulteriori specializzazioni.
Le previsioni per il quinquennio 2025-2029 indicano, per esempio, una disponibilità media annua di circa 13.600 laureati in psicologia a fronte di un fabbisogno di 4.200-4.500 persone. Per l’area linguistica il rapporto è di 11.300 laureati rispetto a circa 5 mila posizioni; per insegnamento e formazione, di 39.300 laureati a fronte di una richiesta stimata tra 22 mila e 25 mila unità. Sono confronti riferiti agli sbocchi professionali considerati nello studio, che non esauriscono tutte le possibilità di impiego di chi consegue questi titoli.
La laurea continua a premiare
Il quadro del mismatch non mette in discussione il valore dell’istruzione universitaria sul mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione delle persone tra i 20 e i 64 anni con una laurea raggiunge l’82,8%, contro il 68,6% dei diplomati e il 55,7% di chi possiede al massimo la licenza media. Il vantaggio rispetto al diploma è di 14,2 punti percentuali.
Negli ultimi dieci anni, inoltre, il numero di giovani tra i 25 e i 34 anni con un titolo di istruzione terziaria è cresciuto dell’11%, passando da 1 milione 727 mila nel 2016 a 1 milione 918 mila nel 2025. La quota sulla popolazione della stessa età è salita dal 25,6% al 31,1%, pur restando distante dalla media europea del 44,8%.


