A Roberto Vidali: intervista esclusiva sulla sua ultima fatica “50 testi x 50 artisti”

Trieste – In uscita, con il numero di dicembre della rivista Juliet (230), verrà distribuito un supplemento “50 testi x 50 artisti”, a firma Roberto Vidali.

E’ l’ultima testimonianza della scrittura proteiforme che l’autore ha iniziato a praticare fin dal 1975, “alla ricerca di un promontorio da cui lanciare i suoi anatemi”.

Il libro di 256 pagine, realizzato su progetto grafico di Piero Scheriani, ha una postfazione di Gabriele Perretta. L’insieme di questa silloge trae origine, in massima parte, da una selezione di articoli stampati, a partire dal 1980, sulle pagine della rivista “Juliet”. Gli ultimi tre della sequenza, peraltro, sono inediti. Questa pubblicazione è l’ideale completamento di “Le parole risuonavano con incoraggiante semplicità” e che vide la luce nel settembre del 2024 a raccolta di cento testi, dedicati al lavoro di altrettanti artisti. A questo punto, diamo la parola a Roberto Vidali, che con il suo piglio ironico e saggio fa luce su questa pubblicazione.

Ci parla di questo extra issue che sarà collegato al numero 230 della rivista Juliet?
Questo ennesimo prodotto editato da Juliet esce senza paracadute, senza protezioni, senza solleciti di alcun genere, ma solo per l’innata pulsione di un figlio del Secondo Dopoguerra, nato sotto il segno del Sagittario, costretto alla fuga a causa della perdita delle terre istriane e dalmate, e cresciuto a Trieste all’ombra dell’idea che l’arte possa aiutare il dialogo tra le persone: un dialogo al di là di un cortile e al di là dei confini naturali e politici.

Quale può essere ritenuto il suo iniziale punto di partenza?
Il discrimine, il punto d’inizio, la linea di separazione, la fenditura che taglia le mie scelte dal resto del mondo, e che mi radica a un pensiero di indiscutibile modernità, ha il suo avvio nel 1972, quando, da piccola vittima inconsapevole che viene condotta all’altare del sacrificio, mi recai con l’amico Claudio Massini, per la prima volta, a visitare la Biennale di Venezia. Tanto per capirci quella era l’edizione che fu segnata dall’opera di De Dominicis e dalla sua contestatissima “Soluzione d’immortalità”: si trattava della cosiddetta installazione del “mongoloide” inserita nella sezione “Opera o Comportamento”.

Lì, in quel primo schiaffo morale alla mia gioventù inesperta e provinciale, ancora acerba e che si stava formando sui manuali di storia dell’arte di Giulio Carlo Argan, mi resi conto che le definizioni, talvolta circoscrivono, chiudono, aiutano, talaltra confondono e generano sconforto. Ma le definizioni creano anche distanza, tanto che il confronto tra le persone, per essere sano e utile, non può che essere dialogo tra eguali o tra persone che condividono le medesime tensioni, la lotta per i medesimi obiettivi, il desiderio per la conoscenza e il tentativo di comprendere le proposte più difficili.

Si comprenderà che questo shock visivo e di contenuti molto forti per me fu la spinta che poi mi motivò a dirigere la sezione mostre del Centro La Cappella Underground per ben undici anni, e mi spinse a frequentare le gallerie di Lucio Amelio, Pasquale Trisorio, Beppe Morra, Lia Rumma, Framart, Fabio Sargentini, fino ad abbeverarmi a quelle che erano le proposte più estrose del momento, cercando un confronto con il pensiero di Germano Celant, Filiberto Menna, Achille Bonito Oliva, Alberto Boatto, Maurizio Calvesi, Enrico Crispolti, Lea Vergine… Questo background mi condusse all’idea, veramente balzana, di mettere in piedi, nel 1980, una rivista: Juliet art magazine, e solo perché le forze che si hanno da giovani spingono spesso verso scelte inusitate e che a guardarle retrospettivamente sembrano legate alla pura follia che dovrebbero condurre al suicidio. Per mia fortuna, io sono ancora qui.

Ci spiega meglio questo vorticare di nomi che ci ha indicato?

Negli anni Settanta io ho studiato e vissuto a Napoli per alcuni anni, facendo spesso sosta a Roma per trovare termini di paragone, ma anche per avere modo di conoscere i fermenti artistici del momento storico che stavo vivendo. Per sommi capi ho fatto un elenco di nomi che hanno fatto la cultura di quegli anni e di cui si poteva non solo leggere i loro testi in libri e cataloghi che venivano pubblicati ma anche, molto spesso, era possibile incontrarli di persona alle inaugurazioni delle gallerie o nelle conferenze pubbliche che venivano organizzate in spazi più o meno istituzionali. Napoli in quegli anni è stata una città vitalissima e offriva l’opportunità di avvicinare artisti come Jannis Kounellis, Hermann Nitsch, Andy Warhol, Joseph Beuys, Gino De Dominicis, Marina Abramović, Vito Acconci, Dan Flavin, Mimmo Jodice, Gilbert & George. Certo, a questi debbo aggiungere, per Roma, almeno le gallerie l’Attico di Fabio Sargentini, la Salita di Gian Tomaso Liverani e Ugo Ferranti.

C’è un’eredità di questo magma che ci ha indicato?

Non vedo eredi che operino solo sulla base di una forza individuale. Il mondo è cambiato e mi sembra che tre siano i nodi di questo grande ribaltone: l’inaugurazione di numerosi spazi pubblici (dal Pecci a Rivoli), l’apertura al pubblico di grandi spazi basati sulla forza di collezionisti privati (dalla Re Rebaudengo a Pinault), la formazione di network molto estesi da parte delle gallerie d’arte, si veda Massimodecarlo e Continua. In questa rete complessa e intrecciata il singolo “pensiero poetico” ha difficoltà ad avere voce in capitolo.

Ora le chiedo, perché questo titolo? Per la prima volta forse siamo in presenza di un titolo di una sua pubblicazione che enuncia chiaramente il contenuto…
Le risposte potrebbero essere molteplici; innanzitutto ne do una: la mia è una scrittura trasformista, è una specie di sfida ai generi e alla consuetudine, ecco perché nei miei anni di dedizione all’arte contemporanea ho cercato di scardinare il ruolo tradizionale della critica d’arte. La creatività e la difformità hanno guidato il mio pensiero e la mia azione. Indico una sintesi delle tappe significative di questo percorso: ho iniziato la mia modesta carriera di ragioniere dell’arte con un piccolo fascicolo-catalogo (L’uva di Giuseppe, 1986). Successivamente ho stilato quattro racconti per altrettanti artisti (Bestio!, 1993); sono poi arrivato a confrontarmi con un saggio sul tema della lentezza (Libellule, 1995); mi sono imbattuto in un racconto metaforico (Onde di formiche, 1998); ho proseguito il percorso con una specie di manifesto estetico (Giungla, 1999); mi sono arenato sul secondo capitolo di una storia metaforica (No, non è lei, 2003). Poi, nel 2007, ho pensato al manualetto Mamma, vogghiu fa’ l’artista. Successivamente, nel 2010, segue il completamento della trilogia metaforica con Otto fratto tre (qui l’autore allude a “Onde di formiche” e a “No, non è lei”, ndr). Inoltre, nel 2012, esce El papin di G. Pixi un vero e proprio imbroglio dove firmo l’introduzione e nascondo la mano che lancia la pietra pubblicando tutto un insieme di miei pensieri, foto e illustrazioni irriverenti sotto la copertura del nome di Giacomino Pixi. A questo è seguito una sorta di libriccino di storia dell’arte: Tre bacche di rovo, e si era nel 2022. A far da contraltare alla storia del passato le testimonianze sul presente con Le parole risuonavano, del 2024 (il titolo completo è “Le parole risuonavano con incoraggiante semplicità”, ndr).

E come non potevo dopo tanto comportamentismo da piccolo scrivano istriano non approdare a qualcosa di comprensibile e di prosaico? Come potevo evitare la testimonianza di qualcosa che non fosse allusivo o che indicasse il dito invece della luna? 50 testi x 50 artisti è un titolo diretto, colpisce al cuore, affascina la mente e in più si sviluppa in cinquanta capitoli, il che offre l’opportunità di una lettura frammentata. Certo, ci sono delle note chilometriche, ma sono parte dello sviluppo del pensiero: non si può pensare di affrontare questo testo saltando le note, purtroppo per una piena comprensione di questo lavoro bisogna procedere con questa faticosa lettura parallela, anche perché le mie note non sono quasi mai pura bibliografia, sono per lo più una ulteriore articolazione del pensiero.

Quale tempo ritroviamo in queste sue parole? C’è nostalgia dei tempi andati, c’è ansia per il futuro?
Ovviamente il tempo che si riscontra nei miei commenti non è filosofico, non è astronomico, non è metafisico, bensì è concreto, fisico: io credo di essere un testimone oculare delle cose che mi sono fluite addosso, e queste cose per me sono diventate il tempo che si concede al nostro spirito affinché il corpo e il cervello non impazziscano, affinché i registri non vadano fuori posto e non si entri a far parte di quella percentuale di persone disequilibrate che costellano le strade e gli uffici delle città occidentali. Il tempo, la fama, la verità… o era il tempo, la fame, l’eternità? Vien da sorridere e vien da pensare all’antichità classica e alla fissità di certi loro schemi espressivi, alla durata dei loro paradigmi. E con il sorriso saltiamo il fosso del passato e obliamo il presente. Tutto ciò può sembrare confuso, ma alla fine, forse, ogni tassello ritorna al suo posto.

In ultima analisi, di quale utilità può essere la lettura di questo libro?
Mi rivolgo a tutti gli animi francescani che non pretendono la foto stampata a colori e a grandi dimensioni. Questa è una pubblicazione umile, stampata in bianco e nero, ma io confido che la forza della parola possa risvegliare i sensi sopiti di ogni lettore. Inoltre, certi autori, non alla moda e che io qui propongo, spero possano essere ripensati secondo un’ottica diversa e in un taglio storico che ci aiuti meglio comprendere le loro scelte. L’augurio è che tutto ciò possa essere utile, nel senso che riesca a dare dei piccoli insegnamenti.

Nella foto: Roberto Vidali di fronte al Padiglione della Francia, Biennale di Venezia 2024. Foto di Alessio Curto

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