Cara scuola ti scrivo

Ci siamo e poi via al nuovo anno scolastico. E quindi, anno nuovo, scuola nuova o no? Evitiamo per principio ogni generalizzazione del tipo: la scuola è allo sfascio. Una frase che ho sentito dal primo all’ultimo giorno di scuola come docente. «A scuola non si impara come una volta», «gli studenti di oggi non studiano più», «non sanno leggere», «gli insegnanti sono troppo indulgenti» e via col vento con tutte le litanie delle lamentazioni generiche per sentito dire.

Esistono di certo e incidono sul disagio scolastico italiano due tradizionali assenze di pubblica rilevanza da cui staccarsi e prendere le distanze. Ovvero, un diffuso disinteresse svalutativo nella cittadinanza verso i processi educativi, come fossero marginali e non decisivi, e un’assenza dello Stato nelle sue scelte politiche verso un sostegno non formale e retorico, ma provvido di iniziative e di investimenti.

I ragazzi non sono sacchi vuoti da riempire, ma soggetti da far emergere con le loro potenzialità, fossero anche ridotte. Sotto la sferza di tali assenze, la scuola risulta indebolita e con poche difese dai batteri velenosi che imperversano nelle società malate di egocentrismo e di brama di dominio come le nostre.

Un esempio di tale vulnerabilità lo posso citare da ex docente e dirigente scolastico. Un giorno, in un momento ricreativo, chiesi a una studentessa che non frequentava molto la scuola il perché di tale difficoltà e lei rispose quasi candidamente: «Se ci pagaste, verrei più spesso…».

Ecco come un’idolatria tra le peggiori, quella dell’ossessiva ricerca del denaro, era entrata e si era insinuata in un sistema spesso non vigile e non protetto come la scuola. E poi la piaga del bullismo verso i più deboli, esecrato a parole ma poi incoraggiato nei filmati televisivi e sui social.

Ma la scuola è per fortuna ben altro. E se si apre il sipario, appare la scuola della voglia di imparare a convivere. La scuola della preside Eugenia di Caivano, nel Napoletano, che gli studenti se li va a cercare a casa loro, li riporta a scuola, recuperando la dimensione affettiva che non deve mancare mai e poi, in accordo con un imprenditore di Modena di sua fiducia, li fa integrare nel percorso lavorativo.

E appare anche la scuola di quelle classi di studenti che, davanti alle difficoltà di compagni disabili impossibilitati ad andare in gita scolastica per vari motivi, hanno superato ogni ostacolo per farli rientrare, dicendo che, se non fossero venuti loro, non ci sarebbe andato nessuno. E così sono andati tutti!

E appare pure un ricordo personale di una classe da me seguita e del progetto di scambio tra questa classe e una classe di un liceo sloveno di Trieste, in cui la comune cittadinanza italiana spesso non riesce a colmare certe distanze storiche tra le comunità dei residenti. Un progetto proseguito molto bene per due anni insieme ai colleghi di quel liceo.

Per non parlare dei contatti internazionali, europei e non solo, ormai normali tra gli studenti, in cui ogni confine viene scavalcato.

Cara scuola, ti scrivo allora che a me piaci così: come un luogo in cui ritrovarsi, capirsi, scoprire le tante diversità, condividere i tanti problemi, sentirsi parte di una comunità estesa, inclusiva, incoraggiante, libera di aggiungere, legare, creare relazioni e non abituata a separare ed escludere.

Silvano Magnelli

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