Moria di api: l’inchiesta per inquinamento e disastro ambientale porta al sequestro di 17 campi

Trieste – Moria di api in Friuli: Il sostituto procuratore Viviana Del Tedesco, che conduce l’inchiesta per inquinamento e disastro ambientale in agricoltura, ha chiesto e ottenuto dal gip il sequestro preventivo di 17 proprietà agricole disseminate nella provincia, con l’inibizione delle coltivazioni con neonicotinoidi e l’eliminazione delle colture in corso, dove queste sostanze siano state utilizzate.

Un anno fa, la Polizia aveva perquisito un’ottantina di aziende agricole per verificare le presenza di pesticidi nei campi. La Procura della Repubblica di Udine aveva aperto un’indagine per l’ipotesi di reato di disastro ambientale per la perdita di numerose arnie, che si sospetta sia dovuta all’utilizzo illecito dei neonicotinoidi, un tipo di insetticida neurotossico vietato dalla normativa in vigore.

I neonicotinoidi sono considerati una delle possibili cause del disorientamento delle api e di altri insetti impollinatori, che ne provocano rapidamente la morte.

Proprio qualche giorno fa la Commissione europea ha vietato su tutto il territorio dei Paesi membri l’uso all’aperto di tre pesticidi neonicotinoidi: imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam.

Secondo il WWF, che ha lanciato l’iniziativa BeeSafe, è necessario continuare la battaglia affinché si arrivi al bando totale di queste sostanze: lasciando in commercio queste molecole per le produzioni in serra – sostiene l’associazione ambientalista – non solo non si esclude il rischio di contaminazione dell’ambiente esterno ma anche l’utilizzo illecito.

Per comprendere i delicati meccanismi che sono alla base della produzione del miele, abbiamo raggiunto il signor Fausto Settimi, apicultore sul Carso triestino.

“Le nostre arnie sono sul Carso perché questo territorio non è oggetto di coltivazioni forzate e intensive, dove vengono usati pesticidi e altri prodotti che danneggiano la vita delle api – esordisce Settimi. – Qui le api trovano una flora allo stato naturale e il miele che producono è più sano”.

Esiste un calo di produzione e quindi di entrate scegliendo questa localizzazione?
Sicuramente perdo due terzi di prodotto rispetto agli alveari che si trovano in Friuli. Non porto le arnie fuori dal Carso per aver una maggiore produzione di miele: a me basta dare un prodotto genuino e riconosciuto per la sua qualità. A gennaio, ad esempio, non ho più miele: se lo avessi, vorrebbe dire che arriva da fuori, perché non è possibile che il Carso dia tanto prodotto da coprire un anno intero.

Potremmo definire l’apicultore come un ladro che ruba il risultato del lavoro instancabile di questi prodigiosi insetti?
Non è esatto. C’è un lavoro in comune tra me e le mie api. Prendo il loro miele, ma in cambio mi prodigo per garantire loro la sicura riproduzione per l’anno successivo. Per uno sciame di api, servono dai 12 a 14 kg di miele per sopravvivere all’inverno e questa quota è sempre a loro disposizione. Io le curo e le difendo dai pericoli che possono danneggiare la loro attività e in cambio prendo il loro fantastico miele. Ogni giorno sono tra le arnie a controllare che tutto sia nella norma e se trovo qualcosa che non va, provvedo subito a risolvere il problema. Le api sono la mia vita e a loro dedico tutto il tempo necessario.

Come nasce e vive un’ape?
L’ape è un insetto sociale, e vive in una colonia chiamata alveare. La regina è l’unica femmina fertile. Il suo compito è quello di deporre le uova e comandare la colonia. Può vivere fino a 4 o 5 anni. Il fuco è il maschio e non possiede il pungiglione. Il suo compito è quello di fecondare la regina, vive all’incirca una stagione perchè durante l’inverno viene cacciato via dall’alveare. L’operaia è una femmina sterile; nell’alveare ne possiamo contare qualche decina di migliaia. Il suo corpo è estremamente versatile, infatti essa compie nell’arco della sua vita tutti i lavori necessari nell’alveare.

Per venti giorni le larve vivono all’interno del favo crescendo fino al momento di uscire pronte e formate alla vita dell’alveare. Durante l’estate l’ape vive circa 40 giorni a causa del superlavoro che deve sostenere, d’inverno invece riesce a vivere 6 mesi perché priva di lavoro.

Qual è il lavoro dell’apicultore?
Il lavoro dell’apicultore è quello di far sì che gli alveari abbiano sempre favi dentro la casetta in grado di ospitare nuove celle e nuove fecondazioni. Se un’arnia dovesse esser colpita da malattie pericolose sarebbe costretto a distruggere arnia e api che risultano contaminate.

Quanto tempo ci vuole per diventare un apicultore?
Ci vorrebbero almeno 10 anni di lavoro a stretto contatto con gli alveari per acquisire conoscenze, esperienza e sensibilità adeguate. Purtroppo c’è chi si improvvisa apicultore dopo aver fatto un corso di 40 ore e fa solo danni perdendo tutto: alveare e api. C’è poi un’apicultura di consumo, quella fatta da grosse ditte, che guarda esclusivamente al profitto. C’è poi chi lo fa per passione e sceglie di produrre miele di alta qualità. Nessuno può dire cosa succede veramente all’interno di un’arnia e tuttora, nonostante le numerose ricerche scientifiche, non riusciamo a comprendere con precisione il mondo delle api. Per questo non bisogna turbare il prezioso equilibrio della natura.

Da due anni a questa parte infatti la produzione è calata a causa dell’inquinamento sia atmosferico che dell’acqua e della terra. Al rientro, con l’omaggio di un vasetto di miele di marasca e una puntura di ape, scopro una volta di più il sempre più delicato equilibrio della natura che si scontra con il nostro meccanismo perverso di distruzione dell’ambiente.

Di seguito la fotogallery:

[Testo e foto a cura di Stefano Savini]

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