Le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Gemona per il 50° del terremoto

Gemona del Friuli (Ud) – In occasione del Consiglio regionale straordinario convocato a Gemona del Friuli per il cinquantesimo anniversario del terremoto del 1976, il 6 maggio 2026, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato il valore della ricostruzione friulana e il ruolo svolto dalle comunità locali, dai sindaci, dal volontariato e dalle istituzioni dopo il sisma. Nel suo intervento ha definito il “Modello Friuli” un esempio per l’Italia, soffermandosi sul legame tra memoria, identità e capacità di ripartire dopo la tragedia.

Pubblichiamo integralmente il suo intervento.

Signor Presidente della Repubblica,
distinte Autorità,
cari cittadini,

voglio ringraziare di cuore il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, il presidente Bordin, il presidente Fedriga per questa iniziativa, per questo invito, per avermi consentito di essere qui oggi.

Cinquant’anni fa un rombo d’inferno attraversava questa terra meravigliosa. Una calamità dalla forza mai vista prima fermò la vita di quasi mille persone, distrusse città e borghi, frantumò pietre che erano millenarie.

In molti, nel buio di quella notte, pensarono che dalle viscere delle montagne si fosse risvegliato il leggendario Orcolat e che per 59 interminabili secondi avesse deciso di far sentire il proprio urlo, lasciando dietro di sé morte e distruzione. Alla furia di quella scossa seguirono un silenzio e un buio irreali, che avvolsero queste terre di angoscia e sconforto.

Eppure, è stato detto in tutti gli interventi che mi hanno preceduto, il tempo della paura e del dolore fu breve, perché ci fu un altro sentimento che immediatamente si fece largo nel cuore dei friulani: quel sentimento era l’orgoglio. L’orgoglio dell’appartenenza, l’orgoglio della volontà, l’orgoglio della determinazione. Non c’era tempo per piangere, non c’era tempo per commiserarsi. Bisognava agire, bisognava reagire.

Dove in molti si sarebbero sentiti sconfitti, sarebbero stati vinti dal lutto e dalla disperazione, i friulani no. I friulani fecero la propria mossa, i friulani decisero di sfidare l’Orcolat. Si rimboccarono le maniche, si misero al lavoro, decisero che avrebbero fatto rinascere questa terra dalle macerie che l’avevano sfigurata, e lo fecero in un modo così straordinario da riuscire a trasformare la tragedia in un modello per l’Italia intera: il Modello Friuli, ovvero il miglior esempio di ricostruzione post-sismica che l’Italia abbia conosciuto ad oggi.

Un modello nato da semplici ma brillanti intuizioni, così visionarie per l’epoca da essere ancora oggi efficaci. Le migliori che conosciamo. Molte di quelle intuizioni, come pure è stato ricordato, portano la firma di un uomo che l’Italia annovera tra i propri servitori più capaci e lungimiranti: Giuseppe Zamberletti, al quale il Governo di allora, il Governo Moro, non aveva esattamente attribuito un compito facile, come quello di commissario per l’emergenza.

Quando Zamberletti arrivò qui, poche ore dopo la prima terribile scossa del 6 maggio, si ritrovò davanti un popolo che non era rimasto in attesa, che si era già messo a disposizione per aiutare chi aveva bisogno, prestare soccorso e approntare i primi interventi. Zamberletti ebbe l’intelligenza di comprendere che quel movimento di popolo poteva essere la scintilla di qualcosa di molto più grande, molto più strutturale, molto più strutturato, ma che per essere tale andava coordinato e organizzato. Occorreva inserirlo in un sistema più ampio, che coinvolgesse tutte le strutture operative, nel quadro di una filiera capace di mettere insieme tutti i livelli istituzionali, dai Comuni al Governo, passando per la Regione.

Allora Zamberletti decise di creare in ogni Comune un centro operativo per il coordinamento dei soccorsi e degli interventi di assistenza e di affidarne la responsabilità al sindaco, cioè la figura istituzionale più vicina al territorio e che meglio di chiunque altro conosce i bisogni della propria gente. Nacque così una rete nella quale tutte le figure coinvolte nell’emergenza — tecnici, militari, forze dell’ordine, volontari, cittadini — potevano lavorare al meglio insieme, ciascuno con il proprio compito, ciascuno con la propria competenza, come fa una squadra, con il coordinamento dello Stato.

Questa è l’idea che, come tutti sappiamo, ha gettato le basi del sistema italiano di Protezione civile che conosciamo tutt’oggi e di cui tutti andiamo fieri. Un sistema che è all’avanguardia e che è diventato, anche oggi, anche nei nuovi scenari di crisi, un punto di riferimento assoluto anche a livello internazionale. Questo lo dico con orgoglio perché è capitato molte volte in questi anni che i nostri colleghi, che i nostri alleati, che gli altri Paesi abbiano chiesto il sostegno della nostra Protezione civile o abbiano preso ad esempio il modello della nostra Protezione civile.

Il Modello Friuli, però, ci ha consegnato anche un’altra saggia intuizione che, ancora oggi, rappresenta la direttrice seguita dalle istituzioni nazionali e locali quando termina la fase dell’emergenza e si entra nella fase, ugualmente importante, della ricostruzione. I friulani — è stato ricordato dal sindaco — decisero di ricostruire tutto “dov’era e com’era”. Cioè decisero di custodire la propria identità e di ricostruire, per quanto possibile, negli stessi luoghi, tutto quello che il terremoto aveva distrutto o danneggiato. Un principio che ha rappresentato una cesura rispetto al passato e che ha consentito a questo territorio di non perdere la propria memoria e lo spirito della propria comunità.

E questo fu possibile grazie ad un’altra scelta decisiva, anch’essa innovativa rispetto alle precedenti esperienze. Cioè attribuire ai sindaci l’autonomia sugli interventi da fare, pur all’interno di un processo di coordinamento gestito dallo Stato, per stabilire le priorità in una situazione nella quale, chiaramente, tutto appare urgente. Questa fu una delle chiavi di volta della ricostruzione — ed è ancora una delle chiavi di volta della ricostruzione — che qui si concluse rapidamente, senza sprechi, senza ruberie.

E anche laddove la ricostruzione non è stata possibile, com’è accaduto a pochi chilometri da qui, a Portis Vecchio, quello che è rimasto non è andato perduto. Portis Vecchio oggi non è un “borgo fantasma” o un “paese morto”, è un luogo che continua a vivere di memoria, di identità, di appartenenza, di testimonianza, importante per raccontare al mondo come reagire.

Ricostruire “com’era e dov’era” non fu solo una semplice riproduzione del passato, ma una scelta di prospettiva e di futuro. Perché le città e i borghi vennero ricostruiti tutti “dov’erano” e “com’erano”, ma con tecniche costruttive moderne e standard di sicurezza elevati che sono ancora oggi capaci di preservare uno dei territori della nostra Nazione a più alto rischio sismico.

Come è accaduto, ad esempio, qui a Gemona. Città che ha pagato la furia del terremoto con il prezzo più alto in termini di vittime, 400 su quasi mille, ma che ha saputo rialzarsi e rinascere più bella e orgogliosa di prima, in tempi rapidissimi.

Perché i friulani erano determinati a reagire. Così determinati da essere perfino pronti a farlo da soli. “Fasin di bessoi”, disse la gente di questa terra. E non era un modo di dire. Ricostruirono prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese, seguendo rigorosamente l’ordine consigliato da monsignor Battisti, arcivescovo di Udine.

Con risultati straordinari: ad un anno dal terremoto, oltre il 90% delle 450 aziende danneggiate della zona aveva già ripreso la propria attività a pieno regime. “Più macerie si scoprono in Friuli, più cresce la volontà di riaggiustare”, fu l’efficace sintesi di allora del Messaggero Veneto.

I friulani erano pronti a fare da soli e tuttavia non furono lasciati soli. Il popolo italiano — anche questo è stato ricordato — riversò in queste montagne e in queste valli un’ondata di solidarietà mai vista prima: centinaia di migliaia di volontari arrivarono da ogni parte della Penisola e diedero alla rinascita del Friuli un contributo determinante.

Ma li aveva mossi l’esempio dei friulani perché, come dicono i latini, “verba movent, exempla trahunt”. Le parole muovono, ma gli esempi trascinano. Fu l’esempio dei friulani a trascinare quegli italiani, e sempre i friulani risposero a quell’incredibile atto d’amore con parole che allora apparvero sui muri e sono apparse anche sul video di oggi: “Il Friuli ringrazia e non dimentica”. Oggi quelle parole sono scolpite nella storia e nella memoria della nostra Repubblica.

Neanche l’Italia ha dimenticato quell’esempio, quel modello, quella rotta valida ancora oggi, che questo Governo sta percorrendo per accompagnare, nel percorso di rinascita e di riscatto, tanti altri pezzi d’Italia, tanti altri territori che hanno vissuto la tragica esperienza del terremoto. Con misure strutturali, velocità nelle procedure, risorse adeguate, un quadro legislativo più chiaro ed efficace, non solo per intervenire nella fase di emergenza e ricostruzione, ma anche per accelerare sull’attività di prevenzione.

E voglio dire al presidente Bordin che avete anche il mio sostegno e il mio consenso sulle iniziative che servono a proteggere il ruolo dei sindaci e il lavoro dei sindaci per poter fare il loro lavoro. Lo dico anche ai tanti sindaci che vedo seduti in questa platea.

Signor Presidente della Repubblica,
distinte Autorità,
cittadini,

ho iniziato il mio intervento citando l’Orcolat, il mostro che secondo la tradizione friulana vivrebbe nelle viscere del Monte San Simeone. Quando l’Orcolat si sveglia, la terra trema e le montagne ballano.

Però voi sapete molto meglio di me che quella leggenda non finisce qui. Quella stessa tradizione ci racconta che a domare l’Orcolat e la sua furia devastatrice sono degli esseri piccolissimi, apparentemente incapaci di fermare la sua forza dirompente: le farfalle.

Io penso che sia esattamente quello che è accaduto qui cinquant’anni fa, quando gli uomini e le donne di questa splendida terra, piccoli come farfalle al cospetto della furia del terremoto, hanno testimoniato con la bellezza dell’impegno e la determinazione della volontà che la morte e la distruzione non avrebbero avuto il sopravvento.

Questa giornata è dedicata a loro. Ma è anche dedicata a noi, che abbiamo il compito di fare tesoro di quella storia, non solo nella memoria, ma nella nostra attività e nel nostro lavoro quotidiano, e di onorare l’impegno di ieri di quegli italiani con l’impegno di molti altri italiani domani.

E quell’impegno può esserci solamente se noi sappiamo insegnare che cosa è accaduto. Non è semplicemente memoria, è educazione.

E raccolgo l’appello del presidente Fedriga, che ho assolutamente condiviso: ci sono storie, ci sono vicende che formano la coscienza di un popolo, che formano la sua forza, che formano il suo senso di appartenenza, ed è la cosa più importante che noi abbiamo da tramandare ai nostri figli.

Se lo perdiamo noi, non potremmo tramandarlo ai nostri figli.

Quindi grazie, non solo di questa iniziativa, ma delle tante iniziative che hanno accompagnato questo anniversario, che servono soprattutto ai più giovani fra noi, per non dimenticare che le pietre, le case e le città nelle quali vivono sono qui perché qualcuno, cinquant’anni fa, non si è disperato, si è rimboccato le maniche e ha costruito quelle case e quel futuro.

Vi ringrazio.

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