Fine vita, l’autodenuncia dell’Associazione Soccorso Civile per il caso dell’ottantenne triestina accompagnata in Svizzera
La vicenda è stata resa nota a Trieste, dove Marco Cappato, presidente e responsabile legale dell’Associazione Soccorso Civile, insieme agli attivisti Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac, si è autodenunciato in Questura per avere contribuito all’organizzazione e all’accompagnamento della donna oltreconfine.
Secondo quanto comunicato dall’associazione, Lucia, 80 anni, affetta da una patologia neurodegenerativa, è morta ieri in Svizzera. Gli attivisti sostengono che la donna possedesse i requisiti per accedere all’aiuto medico al fine vita volontario in Italia, ma che la richiesta sia stata respinta dall’Azienda sanitaria universitaria Giuliano Isontina (Asugi).
Nel corso della conferenza stampa, Cappato ha collegato il caso a quello di Martina Oppelli, altra donna triestina la cui vicenda aveva suscitato un ampio dibattito pubblico. L’esponente dell’associazione ha chiesto che la magistratura accerti eventuali responsabilità nella gestione delle richieste di accesso al suicidio medicalmente assistito.
Gli attivisti contestano in particolare la valutazione espressa dalla commissione sanitaria in merito alla sussistenza del requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Secondo l’associazione, la documentazione clinica della donna avrebbe dimostrato una condizione di dipendenza dall’assistenza di altre persone nelle attività quotidiane e da specifici trattamenti sanitari e farmacologici.
Nel comunicato viene riportata anche la testimonianza del figlio della donna, che descrive gli ultimi giorni trascorsi in Svizzera accanto alla madre e ringrazia le persone che l’hanno assistita durante il percorso intrapreso.
L’associazione evidenzia inoltre che quello di Lucia rappresenterebbe il decimo accompagnamento in Svizzera effettuato nell’ambito di azioni di disobbedienza civile dopo la sentenza della Corte costituzionale sul caso Fabiano Antoniani e Cappato, pronunciata nel 2019.
Sulla vicenda sono intervenuti anche i due attivisti Antonella Lauvergnac e Matteo D’Angelo, che hanno rivendicato la scelta della disobbedienza civile come strumento per sollecitare la piena applicazione dei diritti riconosciuti dalla Consulta in materia di fine vita.
Un’analoga richiesta di accertamento è stata avanzata dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni e impegnata da anni nelle questioni relative al fine vita, che ha chiesto di chiarire quanto avvenuto nel caso della donna triestina e di verificare le responsabilità istituzionali legate al mancato accesso alla procedura in Italia.
La vicenda si inserisce nel dibattito nazionale sul fine vita e sull’applicazione delle pronunce della Corte costituzionale che disciplinano le condizioni nelle quali una persona può accedere all’aiuto medico al suicidio assistito.

