I bei giorni di Aranjuez di Peter Handke al Teatro Stabile sloveno di Trieste

Trieste – Un prete, il confessore del re, apre il sipario del «Don Carlos» con la battuta: «I bei giorni di Aranjuez sono finiti, ormai».

Le prime parole del dramma di Schiller sono come un programma per il carinziano Peter Handke che così intitola il suo dialogo estivo, come egli stesso lo definisce, quasi che la pièce tutta debba trovare ragione dall’invito che il prelato schilleriano rivolge al suo principe:

Rompete questo angoscioso silenzio e confidatevi liberamente!

Così un uomo e una donna iniziano a filare invisibili confidenze, fossero a turno un penitente che scioglie in ginocchio ogni reticenza e narra frammenti di chiara memoria al suo confessore. Il Ridotto del Teatro Stabile Sloveno di Trieste ha inaugurato in questo modo il nuovo anno, con un testo fortunato che un paio di anni fa era diventato anche una pellicola nelle mani di Wim Wenders. Scelto dal coordinatore artistico Igor Pison, lo stesso ne ha curato la regia dirigendo due degli attori sloveni più capaci: Nataša Barbara Gračner e Ivo Ban.

Compresa la dichiarata l’intenzione del regista di far sostare gli spettatori in uno spazio temporale dilatato e fluido che il testo evoca con la sua pacata distensione, si capisce chiaramente perché prima di accedere alla sala, il pubblico è fatto accomodare in un accogliente foyer dove immagini di uomini e donne si affastellano in proiezioni di note istantanee e di brevi citazioni cinematografiche. Una donna poi ascolta ipnotizzata, ad occhi chiusi, suoni che rievocano il suo passato mentre gli spettatori prendono posto e tutto prosegue con l’apparente semplicità di due vite che si snodano fra dettagli intimi, carnali, capaci di  riverberare note drammatiche della complessità dello spirito.

Un uomo che si confessa e una donna che attentamente ascolta. Poi è la donna che si rivela e l’uomo contempla curioso quell’universo che gli si dischiude davanti. Un gioco di continui rimbalzi, nei quali non si scorge il riflesso dell’uno nell’altra, né l’intrecciarsi di una trama.

È fin troppo atteso dal pubblico un qualche divenire, ma ogni volta che ci si ritrova di fronte ad un possibile climax  il testo restituisce un’ immagine quieta di un frammento ricomposto.

Inutile affannarsi a ricercare orme di un itinerario chiarificatore. Vano è qualsiasi tentativo di vedervi fatti che dirigano le azioni verso qualche meta. Inefficace azzardare analisi psicoanalitiche dei due personaggi. È l’ozio l’unico vero protagonista; è il motore statico ed elegante che tende i fili sottili di quei ricordi in grado di rompere l’angoscioso silenzio di relazioni fondate «su ciò che si fa», piuttosto che sulla memoria del proprio esistere. Un uomo e una donna che stanno l’uno di fronte all’altra, una breve lunghissima pausa di intensa immobile intimità.

Lo spettacolo, il cui testo tradotto per la prima volta in lingua slovena da Štefan Vevar è sovratitolato in italiano e sarà in scena allo Stabile Sloveno di Trieste fino al 4 febbraio, al Centro culturale Lojze Bratuž  di Gorizia il 5.

(Marzio Serbo)

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