La FIPE contesta il divieto di consumo al banco: danno secco per i pubblici esercizi

Udine – La circolare con cui il Ministero dell’Interno interpreta la possibilità di consumo al banco relativamente al DL riapertura non dà certo la risposta che chiedono e meritano le decine di migliaia di bar e locali che si vedono messi ulteriormente in difficoltà proprio nel momento in cui si parla di riapertura.

Così la Fipe – Federazione italiana pubblici esercizi di Confcommercio riguardo al divieto di consumo al banco.

La circolare – rimarca l’associazione di categoria – introduce una limitazione ulteriore che non esisteva nel DPCM del 2 marzo u.s., al quale peraltro l’ultimo decreto di aprile fa riferimento, introducendo una penalizzante restrizione e ulteriore caos interpretativo.

Il consumo al banco, regolato dai protocolli su distanziamento e capienza degli esercizi, permette in molti casi di snellire il servizio evitando assembramenti all’esterno ed è l’unica modalità rimasta di servizio per numerosissime attività che non dispongono di spazi esterni.

Oltre alla questione dell’importanza di regole chiare e sensate per garantire l’ordine pubblico e la legalità, vi è anche un tema non secondario di sopravvivenza delle imprese.

“Viene chiamato DL Riapertura – dichiara Lino Enrico Stoppani, Presidente di Fipe Confcommercio – e poi invece si trovano sempre nuovi fantasiosi modi per restringere la possibilità alle nostre imprese di lavorare bene. Le imprese sono esauste e i cittadini sempre meno attenti a seguire regole che cambiano senza senso”.

“Secondo l’interpretazione del Ministero dell’Interno, per il bar al 26 aprile le misure restrittive sono addirittura peggiori di quelle che per mesi hanno adottato in zona gialla, perfino quando di vaccini non c’era traccia”.

“Oggi, con oltre 17 milioni di somministrazioni vaccinali e 4 milioni di persone guarite dal Covid, si impedisce di effettuare il consumo al banco e lo si fa con un’interpretazione ministeriale. È una mancanza di rispetto e un danno secco verso 130mila imprese che hanno già pagato un prezzo altissimo per le misure di contenimento della pandemia, senza alcun beneficio evidente sul piano sanitario. Per questo chiediamo al più presto un intervento del MISE.”

 

 

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